Berlusconi e Bersani a Città del Capo

Nel 1995, il nuovo Sud Africa nato sulle macerie della segregazione razziale provò ad uscire dagli anni bui dell'oppressione violenta della minoranza bianca sulla maggioranza nera anche attraverso la singolare esperienza politica, giuridica e umana della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission, di seguito TRC).

La TRC aveva fra i suoi compiti quello di promuovere la comprensione reciproca fra i sudafricani, ricostruendo in modo fedele e completo le cause e gli episodi di violazione dei diritti umani in Sud Africa a partire dal 1960. Un aspetto importante del lavoro della TRC riguardò la facilitazione della concessione dell'amnistia a coloro che, responsabili di atti di violenza politica e istituzionale, dichiaravano pubblicamente le loro responsabilità, anche di fronte alle vittime.

La concreta attività e i risultati della TRC sono stati inevitabilmente oggetto di critiche anche feroci (alcuni bianchi l'hanno ritenuta poco più di una pagliacciata) o amare (molti neri ritennero che le amnistie concesse siano state troppe e non sempre giustificate). Tuttavia, al netto della prudenza e dell'equilibrio sempre necessari quando si esamina un'esperienza umana, le idee alla base dell'istituzione e dell'operato della TRC esercitano su di me un fascino notevole e mi hanno sempre suscitato un sentimento di grande rispetto.

In questi giorni di dibattito politico post-elettorale in vista della formazione del nuovo governo, perciò, è stato quasi con la sensazione di mescolare il sacro col profano che tante dichiarazioni dei nostri politici mi hanno fatto pensare alla Commissione stessa. O meglio, mi hanno fatto pensare a come i nostri esponenti politici stiano seguendo una strada diversa, per non dire opposta, a quella indicata alla TRC dalla sua legge istitutiva.

L'Italia è un paese in grande difficoltà sociale ed economica, lo Stato versa in condizioni gravi. Tutto ciò non nasce dal nulla e, soprattutto, è dovuto (anche) alle persone che negli anni fino a qui hanno concretamente gestito le nostre istituzioni politiche e amministrative. Quelle stesse persone ci parlano oggi di futuro e di programmi in otto, dieci e quanti mai altri punti. Il passato per loro sembra non esistere e non è ancora accaduto, perlomeno a me, di ascoltare un'ammissione piena delle proprie responsabilità. Se l'ascoltassimo potremmo, forse e con prudenza, concedere nuova fiducia ai vecchi politici e ai loro partiti. Invece, ciò non è ancora accaduto e, per quel che posso ritenere ascoltando i discorsi di questi giorni, non accadrà. E poco mi incoraggiano a essere meno pessimista le iniziative oggi spacciate per azione incisiva contro gli sprechi della politica. In assenza di un'ammissione leale delle proprie responsabilità, infatti, mi sento autorizzato a non vedere un'azione coerente e convinta là dove c'è uso del bilancino del farmacista per dimensionare al minimo indispensabile le misure da concedere al cosiddetto Paese reale per permettere di rimanere in sella a coloro che hanno fatto impantanare il cavallo.

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