Hans Fallada e la miseria quotidiana del nazismo

L'incendio del Reichstag; la Notte dei lunghi coltelli; la Notte dei cristalli; le parate coi soldati che marciano al passo dell'oca; la svastica; i pieni poteri a Hitler; lo scioglimento forzoso dei partiti politici; la milizia paramilitare delle Sturmabteilung (SA) e poi la sua sanguinosa eliminazione da parte delle Schutzstaffel (SS); la Gestapo; l'imposizione dei simboli nazisti in ogni manifestazione della vita pubblica; la violenta repressione interna degli oppositori; l'invasione della Polonia e la guerra mondiale scatenata; la foto del bambino ebreo con le braccia alzate; le persecuzioni razziali e le campagne di sterminio; l'Olocausto e Marzabotto; le Fosse Ardeatine e Kalavrita; Roma città aperta, Il pianista, La lista di Schindler

Quando pensiamo al nazismo tedesco la mente si riempie di queste ed altre immagini, fatti emblematici, simboli spaventosi. E tuttavia, la Germania degli anni Trenta e Quaranta del XX secolo era un paese di quasi settanta milioni di abitanti: persone che mangiavano, andavano a scuola e sbrigavano le loro faccende. Travolto dall'immensità della tragedia, il pensiero non va mai alla vita quotidiana sotto il regime nazista. Milioni di tedeschi, gente comune. Come si viveva sotto il tallone di Hitler?

Si viveva male, ci racconta Hans Fallada (Nel mio paese straniero, Palermo, Sellerio, 2012, pp. 358 - Leggi qui una recensione). Come ogni potere che si autolegittima solo in virtù della propria forza, lo stato nazista è il regno dell'irrazionalità. Le cose più semplici e banali diventano montagne insormontabili soltanto perché è così, con la completa ed assoluta (nel senso etimologico di “sciolta, priva di qualsiasi vincolo”) gratuità delle decisioni, che si riafferma il proprio dominio. Per lo scrittore Fallada, reo non di opporsi ma, assai più modestamente, di non aderire al regime, diventa difficile tanto avere la carta su cui stampare le proprie opere, quanto vedersi restituire un prestito o ricevere una sufficiente quantità di legno per scaldarsi. Il partito nazista ha bisogno di obbedienza cieca, in cambio assicura privilegi più o meno grandi e impunità anche per gli errori più modesti. La selezione dà spazio ad arrivisti di cabotaggio più o meno mediocre.

Il racconto dell'antieroe Fallada è illuminante. Il regime nazista, sotto il velo di una sfarzosa esteriorità, è il luogo, solito e modesto, delle miserie umane. A Fallada, negli anni, toccherà garantire i debiti di un caporione nazista, litigare per il confine di un frutteto, veder sfumare un lavoro di mesi perché Goebbels, che quel lavoro aveva approvato, non era tuttavia in grado di pretenderne il compimento perché “era uno sporcaccione, perché ancora una volta una delle sue maialate aveva fatto scandalo”, finendo pubblicamente schiaffeggiato dal fidanzato dell'attrice di cui Goebbels decantava, altrettanto pubblicamente, l'ombelico.

Il mondo che ci racconta Fallada è un mondo meschino, triste e condannato alla tragedia. Scrive Fallada: “Il riarmo era compiuto … si sarebbe tornati alla disoccupazione – se non fosse successo nulla di nuovo. … La novità che, in situazioni del genere, viene in mente a chi detiene il potere è qualcosa di molto antico, è la guerra ...”

C'è chi si è voltato dall'altra parte, c'è chi ha lottato, c'è chi ha cercato di sopravvivere in un ambiente ostile, magari limitandosi a sperare in giorni migliori senza farsi illusioni. Perché la guerra aveva per sola conclusione la sconfitta ma, dice un giornalista incontrato da Fallada in casa d'amici: “Bisogna sempre prevedere il peggio: potremmo anche perdere questa guerra, e doverci tenere il Führer”.
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