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Senza fine, tu sei un debito senza fine...

Per "debito pubblico" si intende il valore (nominale) di tutte le passività (lorde consolidate) delle amministrazioni pubbliche. Livello e composizione del debito sono misurati dalla Banca d'Italia che rende disponibili le relative informazioni nel proprio sito Internet (v. https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/finanza-pubblica/index.html).
Occuparsi del debito è importante perché, come ognun sa, quanto più si è indebitati, tanto meno si è liberi. Vale per le singole persone e vale anche per gli Stati sovrani. Di conseguenza, tutti, e specialmente chi si proclama attento al bene del Paese, dovrebbero avere a cuore il contenimento del debito pubblico entro livelli compatibili con la possibilità di adottare, senza vincoli o condizionamento alcuno, le proprie scelte di politica economica.
Siccome l’assenza del debito pubblico dal dibattito politico è seconda soltanto all’assenza delle tematiche ambientali, mi sono proposto di verificare da solo come sono andate le cose negli ultimi vent'anni. Potevo andare più indietro ma ho preferito non esagerare. L’articolo che state per leggere è già piuttosto lungo risalendo soltanto fino al 1999. In compenso, se volete inframezzare la lettura con qualche passatempo, potete giocare a riconoscere quale organizzazione politica si celi dietro le varie sigle che troverete nel testo.

Cominciamo col primo Governo D'Alema (21/10/1998 – 22/12/1999; maggioranza composta da: L'Ulivo – DS – PPI – RI – SD I-FdV – PdCI – UDR – Rete). A ottobre 1998, quando si insedia il Governo, il debito pubblico è di1.266.444,3 miliardi di euro. A dicembre 1999, quando il Governo cade, il debito è di 1.285.054,1miliardi.
A Massimo D’Alema succede Massimo D’Alema (22/12/1999 - 25/04/ 2000; maggioranza composta da: L'Ulivo -
DS – PPI – Dem – UDEUR – SDI – FdV – RI – PdCI – UV) che perciò ha altro tempo per lavorare per il bene del Paese. Quando anche il D’Alema II conclude il suo percorso, però, il debito è arrivato (aprile 2000) a1.309.783,6. Dopo i due governi D’Alema, quello seguente è presieduto da Giuliano Amato (25/04/2000 – 11/06/2001; maggioranza composta da: L'Ulivo – DS – PPI – Dem – FdV – PdCI – UDEUR – RI – SDI). Questo Governo rimane in carica poco più di un anno lasciando dietro di sé un debito pubblico di 1.359.083,2 (giugno 2001). Se l’aveste dimenticato, ricordo che stiamo parlando sempre di miliardi di euro.

A giugno 2001Silvio Berlusconi forma il secondo dei quattro governi da lui presieduti (11/06/2001 – 23/04/2005; maggioranza composta da: Casa delle Libertà – FI – AN – LN – UDC – NPSI -PRI). Questo governo rimarrà in carica quasi quattro anni e otterrà una serie di risultati, fra cui un debito pubblico a 1.526.877,4 (aprile 2005). Per circa un altro anno, Berlusconi succede a se stesso e forma il Berlusconi III (23/04/2005 – 17/05/2006; maggioranza composta da Casa delle Libertà – FI – AN – LN – UDC – NPSI – PRI). In un anno si possono fare meno cose che in quattro ma questo Governo riesce comunque a farne qualcuna, fra cui portare il debito pubblico a 1.584.787,4 (maggio 2006).

Nel 2006 il pendolo elettorale si sposta dal centrodestra al centrosinistra. A Berlusconi succede Romano Prodi che va a formare il secondo governo da lui presieduto. Il Prodi II dura un paio d’anni (17/05/2006 – 06/05/2008; maggioranza composta da: L'Unione – DS – DL/PD – PRC - RnP (SDI-RI) – PdCI – IdV – FdV – UDEUR – SI – DCU – LpA – AL – SD – LD -MRE) e, almeno per quanto riguarda il debito pubblico, non può, non sa o non vuole invertire la rotta. Quando cade, infatti, il debito stesso è arrivato a 1.655.283,6 (maggio 2008).Al posto di Prodi torna Silvio Berlusconi, al governo per la quarta volta (08/05/2008 – 16/11/2011; maggioranza composta da: PdL – LN – MpA – CN – PT – FdS – DC). Dopo tre anni e mezzo il Berlusconi IVchiude i suoi conti con un debito pubblico di 1.913.284,8 (novembre 2011).

Sta per finire il 2011, l’Italia decide di affidarsi a un Governo senza esponenti di partiti politici e impreziosito da numerosi docenti universitari. Lo presiede Mario Monti(16/11/2011 – 27/04/2013; governo “tecnico” che ottiene la fiducia da PdL – PD – UdC – FLI – ApI – RI – MpA -PID – PLI -PRI – LD – AdC – PSI – MAIE) che, insieme ai suoi ministri,nei ricordi di noi tutti rimarrà associato al superamento della soglia dei due miliardi di euro di debito pubblico, esattamente 2.093.594,0 (aprile 2013).

I partiti politici decidono di riprendere in mano in prima persona le sorti del Paese e si forma un nuovo governo presieduto da Enrico Letta (28/04/2013 – 21/02/2014; maggioranza composta da: PD – PdL/NCD – SC – UdC – PpI – RI). Dopo circa un anno e mezzo, il Enrico Letta lascia al suo successore un debito pubblico a 2.108.813,4 (febbraio 2014).
Dopo Enrico Letta arrivano Matteo Renzi e il suo Governo (22/02/2014 – 12/12/2016; maggioranza composta da: PD – NCD – SC – UdC – Demo.S – CD – PSI). Dopo poco meno di tre anni, Renzi getta la spugna e passa il testimone insieme a un debito pubblico di 2.220.369,6 (dicembre 2016). A farsi carico di tale fardello è Paolo Gentiloni (12/12/2016 – 01/06/2018; maggioranza composta da: PD – NCD/AP – CpE – Demo.S – CD – PSI) che conclude il suo mandato con la fine della legislatura e lasciando un debito di 2.334.284,9 (giugno 2018).

Siamo, finalmente, ai giorni nostri. Le turbolenze politiche prendono una forma definita con il nuovo Governo presieduto da Giuseppe Conte (in carica dal 01/06/2018; maggioranza composta da: M5S – Lega – MAIE). Per quanto riguarda il debito pubblico, l’ultimo dato che ho reperito nel sito Internet di Banca d’Italia si riferisce a marzo 2019 e parla di un debito pubblico ancora cresciuto: 2.358.799,5 miliardi di euro.

Dopo aver debitamente ringraziato chi ha avuto la pazienza per leggere sin qui, gli chiedo un ultimo sforzo per leggere poche considerazioni a margine del mio excursus.
In primo luogo: è chiaro che si ragiona di grandezze enormi e influenzate da un numero elevatissimo di fattori, così come è chiaro che una inversione di rotta richiede tempo perché dia risultati, tuttavia rimane il fatto che da vent’anni a questa parte nessun Governo ha contenuto in modo significativo la crescita del debito e men che meno è riuscito a ridurlo.
In secondo luogo: l’ordine di grandezza delle cifre rischia, almeno per noi comuni mortali, di rendere astratto il concetto di debito. Purtroppo, il debito stesso è invece un elemento molto reale e con conseguenze pratiche (negative) tanto nel breve quanto nel lungo periodo.
In terzo luogo: il fatto che ogni giorno il Sole si levi all’orizzonte nonostante la crescita del debito rischia di far pensare che il debito stesso possa crescere indefinitamente, ché tanto si andrà avanti come sempre. Anche in questo caso, purtroppo, è vero il contrario. Ogni euro di debito in più toglie un anello alla catena che lega qualsiasi governo italiano, riducendo i suoi spazi di manovra, credibilità, autonomia. Il debito non è una nozione astratta, è un obbligo che si ha nei confronti di qualcuno. Se non si onora il debito ci sono conseguenze.
In quarto luogo: considererei splendido se tutti, quando ascoltano un qualsiasi politico promettere anche un bruscolino, gli chiedessero anche dove troverà i soldi per darlo e gli dicessero pure chiaramente che, almeno fino a quando le cose non saranno rientrate in un ordine di grandezza accettabile, dare il bruscolino a credito non vale.

Sullo sfondo del quadro c'è un vegetariano che dice sempre no.

Icona scheda referendum 1946

Scrivo a poco più di una settimana dalla data del referendum sulle modifiche della Costituzione italiana, il che significa che negli organi d'informazione le argomentazioni sono ormai quasi estinte e hanno ceduto il campo ai due monosillabi SI e NO. Io, come al solito, sono attratto dalle cose che rimangono sullo sfondo e che secondo me, sebbene poco osservate da chi si concentra sul fuoco dell'immagine, sono ciò che la sostiene e il contorno che la inquadra.
Nel caso del dibattito (al solito, più gridato che ragionato) sul referendum, per esempio, mi colpiscono due “argomenti” che, a mio parere, non dimostrano nulla se non una certa immaturità nell'esercizio della democrazia. E vediamo di che si tratta.

“Voti SI? Ma non ti vergogni a essere in compagnia di Verdini?” “Voti NO? Ma non ti vergogni di essere in compagnia di Salvini?” Sostituite pure i due nomi con altri a vostro gusto, la questione è la stessa, cioè che si tratta di un argomento stupido. Un referendum offre soltanto due opzioni di risposta a un quesito specifico. È indubbio che il quesito si inscrive in un contesto ma ciò non evita che la risposta sfrondi se stessa da tutto ciò che è esterno alla questione in gioco. La democrazia rappresentativa è (anche) la ricerca di un equilibrio fra due esigenze di pari valore, cioè la rappresentatività e la funzionalità del sistema. Negli anni scorsi ci hanno frantumato i neuroni per convincerci della bontà e necessità del cosiddetto bipolarismo, mentre premi di maggioranza assai premianti provavano a contribuire alla riduzione della fauna partitica. Quale che sia il giudizio sulla bontà e sui risultati ottenuti dalle soluzioni adottate, rimane il fatto che un referendum è il massimo della semplificazione, che ciascuno avrà le sue ragioni per votare sì o no e che ha davvero poco senso, parlando di due agglomerati che conterranno vari milioni di individui, pretendere che il proprio schieramento sia migliore dell'altro perché l'altro comprende anche tizio o caio.

Un altro argomento che trovo poco sensato è la critica alle opposizioni (che, anche nel caso della riforma costituzionale, si oppongono) perché “sanno dire solamente no”.
Immaginiamo due persone, A e B, che si incontrano. A invita B al ristorante, uno vicino che A conosce bene e dove si mangia divinamente. Entrano, si siedono, A prende il menu e propone un antipasto di affettati misti, B declina perché, informa, è vegetariano. A passa al primo, suggerendo i tortellini specialità della casa ma B declina perché, come ha appena detto, è vegetariano. Forse una bistecca alla fiorentina? B ringrazia per il pensiero ma rifiuta. E via così. Del resto, al ristorante preferito da A, “La mandria al sangue”, il menu è fortemente caratterizzato.
Orbene, in una democrazia sana, supponendo che due o più schieramenti si siano proposti con posizioni differenti, che l'opposizione si opponga dovrebbe essere considerato normale e non un punto a sfavore. Quello che sarebbe da criticare sarebbe un atteggiamento di opposizione “a prescindere”, sistematica, senza neppure entrare nel merito. Ed è qui che, mi sembra di vedere, casca l'asino. Perché “entrare nel merito” richiede impegno, attenzione, preparazione, tempo. Una riforma della Costituzione complessa, come quella che si sta proponendo, meriterebbe un maggiore rispetto. Anche da coloro che la sostengono.

Sostenere Telethon è una scelta azzardata?

Raccolta fondi Telethon

Le distrofie muscolari sono malattie genetiche degenerative. “Genetiche” vuol dire che ti capitano addosso senza motivo, semplicemente perché sei nato e un pezzetto del tuo patrimonio genetico ha deciso di funzionare male o di non esserci proprio. Comprendere i meccanismi di queste malattie non è semplice; individuare una cura efficace pare che lo sia ancor meno. Progressi minuti richiedono anni di studi condotti da specialisti di altissimo livello con l'ausilio di strumenti anche molto sofisticati. Tutte cose che costano un sacco di soldi, insomma.

Per finanziare ricerche e ricercatori nel campo delle malattie genetiche, nel 1990, sulla scia dell'omonima esperienza ideata negli Stati Uniti dall'attore Jerry Lewis, anche in Italia nacque Telethon, “maratona televisiva” di promozione della raccolta di fondi da destinare alla ricerca sulle malattie genetiche rare. Soldi raggranellati con migliaia di versamenti singoli, anche di importo modesto, andando idealmente casa per casa. Una sorta di Fra Galdino 2.0. Il marchio Telethon è poi divenuto quello della fondazione che si occupa di gestire i fondi raccolti anche attraverso le sottoscrizioni promesse durante la maratona televisiva. “Anche” vuol dire che, oltre a migliaia di privati cittadini che versano un paio d'euro, Telethon riceve il sostegno di varie aziende e diversi partner tecnici.

Siccome è da un po' di tempo che nella mia testa si agitano idee strane, già vari anni fa, molto prima di diventare socio di Banca Etica, segnalai criticamente la decisione di Telethon di affidare la gestione della raccolta fondi alla Banca Nazionale del Lavoro, cioè di una banca che, all'epoca, compariva nell'elenco delle cosiddette “banche armate”, ovvero gli istituti di credito che veicolano le transazioni finanziare collegate al commercio di armamenti. Dopo aver appreso che l'ultima maratona televisiva pro Telethon (dicembre 2015) aveva raccolto oltre 31 milioni di euro, ho voluto aggiornare le mie informazioni. Forse, ho pensato, raccogliere tanti soldi da migliaia di sottoscrittori ha permesso a Telethon di sentirsi più libera di scegliere i propri partner, magari selezionandoli anche in base a principi etici. Così sono andato a vedere l'elenco dei partner di Telethon http://www.telethon.it/cosa-puoi-fare/come-azienda/partner

In questo elenco ho trovato due banche, BNL-Paribas e Intesa Sanpaolo, che sono da sempre e ancora oggi nelle prime posizioni della classifica delle “banche armate”. Ho trovato due aziende petrolifere: ENI (tangenti miliardarie in Nigeria) e Total Erg (sotto inchiesta dal 2013 per frode fiscale). Ho poi trovato (e, per certi versi, è stata la notizia peggiore) ben sei società di gestione del gioco d'azzardo: SISAL; Lottomatica; Intralot; HBG Gaming; Admiral Gaming Network; Cogetech. Cioè si cura la sofferenza fisica e morale degli affetti da malattie genetiche accettando soldi da chi se li procura creando le premesse per altre sofferenze fisiche e morali. E prima che qualcuno mi dica: “Ma è azzardo legale!”, lo invito ad informarsi sul fenomeno della ludopatia.

E dunque? Son io forse contrario alla ricerca scientifica? al sogno di trovare la cura per le malattie genetiche rare? Ovviamente no. Eppure, a ripristinare una gerarchia di valori, da qualche parte si dovrà pur cominciare.