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L'esperienza che abbiamo e il Movimento 5 Stelle

L'Italia di questi giorni sta osservando, chi con curiosità, chi con entusiasmo e chi con preoccupazione, alla crescita di quel Movimento 5 Stelle (M5S) che, formatosi attorno al comico Beppe Grillo, parteciperà per la prima volta alle elezioni politiche, le prossime fissate per il 24 e 25 febbraio 2013.

Ascoltandole parlare, o leggendo le loro note biografiche, le persone che il M5S ha candidato al Parlamento appaiono persone comuni, impegnate volontariamente sui temi che hanno a cuore: dalla tutela dell'ambiente allo sviluppo delle reti informatiche, dall'agricoltura alla qualità della vita. A volte il loro impegno nasce dalla loro esperienza di vita: la difesa della scuola pubblica perché sono genitori con figli; l'attenzione alla gestione dei rifiuti perché sono contrari all'inceneritore vicino casa.

La prima, la più comune e la più facile critica rivolta al M5S è perciò quella di candidare al governo dell'Italia persone senza esperienza politica e amministrativa. Più che una critica, è la constatazione di un fatto: i candidati del M5S non hanno precedenti esperienze in Parlamento né di Governo. Questo fatto, però, non è l'unico. Per esempio, è un fatto che il debito pubblico italiano a novembre 2012 ha toccato il massimo storico di 2.020,668 miliardi di euro (la fonte è il Bollettino statistico della Banca d'Italia), così come è un fatto che, mentre raggiungevamo questo bel record, alla Camera, al Senato e al Governo c'erano persone di provata esperienza politica e parlamentare, nonché tutti laureati.

Sono proprio i fatti, dunque, a dirci che l'esperienza politica e parlamentare non sembra essere l'ingrediente decisivo per la formazione di un buon governante e che, forse, potrebbero essere importanti anche altri fattori personali: il senso della comunità, l'assenza di interessi privati nel gestire la cosa pubblica, la tanto sbandierata onestà. Senza contare che l'esperienza serve ma, appunto, è il frutto di un percorso che ha un suo inizio. Anche Giulio Andreotti, in Parlamento senza interruzioni dal 1948, all'inizio non aveva "esperienza".

P.S.
Nella foto, l'immagine di Donatella Agostinelli, capolista M5S nella circoscrizione Marche.

Non ci resta che piangere

Non ci resta che piangere è il film (del 1984 scritto, diretto e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi) con la famosa e spassosissima scena della dogana. Nell'arco di pochi minuti, per necessità o per caso, i due protagonisti si trovano a dover fare più volte avanti e indietro proprio in corrispondenza del posto doganale e l'esattore, che ripete come un pappagallo sempre le stesse domande senza curarsi di chi ha davanti, ogni volta li ferma e chiede il versamento della tassa di passaggio.
 
L'ambientazione del film è medievale, quando realmente innumerevoli confini che racchiudevano come bachi nel bozzolo stati, feudi e staterelli che affollavano la penisola italiana. Oggi, invece, siamo ai tempi del Web, della rete informatica mondiale, del mondo globalizzato, un clic su Twitter ed un istante dopo tutto il pianeta Terra, se non ha altro da fare, apprende che hai appena fatto la pipì.
 
Ma le barriere, uscite dalla porta, stanno rientrando dalla finestra e in un modo anche più invasivo di prima. Non è più necessario recarsi di qua e di là per avere un'informazione o per pagare una bolletta, è vero, come è vero che per avere la stessa informazione, o pagare la medesima bolletta, si deve accedere alla rete Internet e digitare "nome utente" e password.
 
Nei giorni scorsi ho riordinato l'elenco dei nomi utente e password che devo utilizzare a casa e sul lavoro. Ho una vita abbastanza ordinaria: il lavoro, qualche obbligo sociale, qualche interesse personale. A volte mi sono avventurato negli acquisti online. Ebbene, alla fine della mia ricognizione ho constatato che per pagare le bollette, accedere al conto in banca, controllare la carta di credito, acquistare i biglietti ferroviari, gestire questo sito Internet, controllare la posta elettronica e qualcos'altro, più accedere alle diverse applicazioni che devo utilizzare per lavoro, alla data del 7 gennaio 2013 contavo la bellezza di 81 nomi utenti e relative password. Ciò significa che se per caso dovessi utilizzare tutte le applicazioni e i siti nei quali sono registrato, nella giornata dovrei inserire 162 "stringhe" di caratteri. Le stringhe, va da sé, non sono quasi mai identiche. Chi chiede che la password sia di almeno sei caratteri, chi di almeno otto, chi vuole che ci siano lettere e cifre, chi ammette i caratteri speciali e chi no. Questa torta ha pure due ciliegine: la prima sono i siti che ti obbligano a cambiare la password ogni tot di tempo; la seconda sono le applicazioni che ti scollegano se non invii alcun comando in un lasso di tempo stabilito. Non si finisce mai.
 
Insomma, la vita 2.0 è avvolta da mille doganieri che a ogni passo ci chiedono un fiorino. Rispetto al Medioevo c'è il vantaggio che i doganieri sono tutti radunati nello schermo del nostro computer, a pochi centimetri da noi. Nonostante questo, guardando la mia lista di nomi utente e password, anche a me è venuto da dire: non ci resta che piangere.

Non siamo Messi bene, perciò rimpiango Baggio

Sperando di distrarmi dalle difficoltà quotidiane e dalle miserie della politica italiana, mi sono avventurato nella visione dei 91 gol realizzati dal calciatore Lionel Messi nel 2012. Dopo una decina di minuti (tanti ne occorrevano per vedere tutte le oltre novanta reti) sono andato a cercare qualche filmato di Roberto Baggio.

Se bastassero i numeri a colpire l'immaginazione, le statistiche susciterebbero un entusiasmo incontrollabile, la gente farebbe la coda per procurarsele e scenderebbe in strada cantando. I caroselli di auto sarebbero avvolti da un coro di clacson mentre i passeggeri che si sporgono dai finestrini, con una mano sventolerebbero le bandiere e con l'altra il Guinness dei primati o, meglio ancora, uno degli annuari pubblicati dalle federazioni sportive che riportano l'elenco delle migliori prestazioni stagionali. Invece non è così. Quello che incanta è il momento magico nel quale l'atleta si esprime a un livello superiore, l'istante in cui lo spettatore vede qualcosa che, prima, non aveva neppure immaginato. Quello che si imprime nella memoria è il gesto che ci restituisce il senso di meraviglia che abbiamo provato soltanto da bambini, quando ci si sorprendeva per le piccole e grandi scoperte della vita.

Ho visto tutti i 91 gol realizzati da Messi nel 2012. Qualche rigore, più d'una rete segnata a porta vuota, un paio di pallonetti e tanti tiri che sembravano sempre lo stesso. Nessuna marcatura che stupisca per l'invenzione, la fantasia. Riconosciuta a Messi una notevole precisione al tiro, chi ha potuto ammirare Maradona o Roberto Baggio non può fare a meno di avvertire una sottile nostalgia.

Di Maradona paragonato a Messi scrissi già. Oggi chiudo ricordando due reti spettacolari di Baggio. La prima è una punizione in cui al pallone è impressa una traiettoria incomprensibile agli umani. La seconda (dal secondo 17 del filmato) è un capolavoro di fine carriera, lo stesso tocco morbido e sorprendente dei suoi vent'anni. Buona visione.

Saverio Raimondo, Franca Valeri, il boom e lo sboom

Ieri 6 dicembre (2012! se si leggesse questo articolo fra chissà quanto tempo), a Pesaro, nella Sala della Repubblica del Teatro Rossini e per iniziativa della Biblioteca San Giovanni, ho assistito a uno spettacolo teatrale che comprendeva due brevi monologhi di Saverio Raimondo. Il primo di essi basava la propria comicità sul racconto del denaro e del lavoro (quello "normale", retribuito) come esperienze lontanissime nel tempo, ricordi che è possibile ottenere soltanto scavando a fondo nella propria memoria.

Raimondo ci fa ridere, amaramente, obbligandoci a guardare la realtà, e cioè a quanto cose vicine nel tempo ci appaiano lontanissime dalla nostra attuale percezione del mondo, della vita, del futuro. "Vi ricordate quella cosa là, la ... la ... il lavoro! Tu lavoravi, e loro ti davano i soldi". Si ride ma ci si chiede: davvero è successo tutto così in fretta? E come è potuto accadere?

Il meccanismo comico praticato da Raimondo mi ha riportato alla memoria una geniale battuta di Franca Valeri. Il personaggio, la sora Cecioni, telefonava a un'amica per chiederle di portare "la pupa" ai giardinetti vicino casa, apprendendo che i giardinetti non esistevano più perché lì avevano costruito un palazzo. La sora Cecioni non se n'era accorta perché la finestra della camera che dava sui giardini aveva da un mese la tapparella guasta.
Ecco, in una battuta è condensato un momento storico, il boom economico degli anni Sessanta che, insieme a molto altro, fu anche una tumultuosa aggressione al territorio, con le città che crescevano a vista d'occhio in maniera scomposta e, spesso, abusiva. Su quel periodo sono state scritte decine di saggi, spesi milioni di parole. Franca Valeri lo racconta in due frasi.

Non manco di approfittare delle possibilità di condivisione offerte dalla moderna tecnologia e propongo due video coi monologhi di cui scrivo in questo articolo (la battuta che cito della Valeri è al minuto 2.25).

Felicità e tristezza del lettore nella terra degli iperborei

Ho letto, subendone lo strano fascino, il romanzo dell'islandese Jón Kalman Stefánsson La tristezza degli angeli (2012, Iperborea, pp. 384) che così si è affiancato ad altre opere di autori dell'area nord-europea andati a far parte delle mie letture. I titoli, come suol dirsi, sono pochi ma buoni. I tre che ricordo con maggiore soddisfazione sono del finlandese Arto Paasilinna (L'anno della lepre) e degli svedesi Björn Larsson (La vera storia del pirata Long John Silver) e Per Olov Enquist (Il medico di corte). In Italia questi autori sono accomunati dall'editore, la milanese Iperborea che in questo 2012, ha concluso i primi venticinque anni di attività.

Il primo loro libro che acquistai fu L'anno della lepre, e soltanto perché la copertina fu abbastanza bella da farmi superare la diffidenza verso un formato (i libri Iperborea misurano 10 x 20 cm) che mi pareva, e si confermò, abbastanza scomodo. Paasilinna si rivelò una gradevole scoperta e anche gli altri titoli di Iperborea, per così dire, non tradirono la mia fiducia (con la sola parziale eccezione, per i miei gusti, dell'olandese Kader Abdolah col suo Il viaggio delle bottiglie vuote).

Oggi che siamo in tempi duri per gli editori, coi libri che non si vendono, le librerie indipendenti che chiudono e quelle di catena che sembrano entrate in una spirale inarrestabile di perdita di senso, il libro appena letto di Stefánsson, e il ricordo degli altri che ho citato, conducono alla malinconica considerazione che sono e saranno tempi duri anche per noi lettori. Senza Iperborea, cioè senza editori che svolgano bene il loro mestiere, non avrei letto libri che meritavano di essere letti.

Consulto Wikipedia e rinfresco che Iperborea è una terra leggendaria della quale si riferiva l'esistenza in una zona lontanissima a nord della Grecia. Una terra perfetta dove il sole splendeva sei mesi all'anno ed il clima era sempre primaverile. Raccontata come sede di mille meraviglie, il termine iperboreo diventò per i greci sinonimo di “felice” e, soprattutto, dell'idea che ovunque, anche in luoghi ignoti, possiamo immaginare che ci siano felicità e bellezza.

La speranza è che, in qualche modo che ancora non so dire, la prossima fine dell'editore che produce manufatti cartacei (o anche elettronici) coincida con l'inizio dell'editore-operatore culturale che si dedichi alla parte più impegnativa e qualificante del suo lavoro, cioè quell'attività di ricerca, filtro e proposta che già adesso, almeno a mio parere, di quel lavoro può e deve essere il vero cuore.

P.S.
Questo articolo è frutto esclusivo di mie riflessioni. Ho aderito al sistema di vendite online di Amazon ma non ricevo e non riceverò compensi da Iperborea né da altri editori.

Meglio Messi o Maradona? Che domande, Maradona!

Inauguro la sezione “dibattiti oziosi” di questo blog con uno dei dilemmi oggi più in voga fra i perditempo da bar dello sport: meglio Messi o Maradona?

La prima considerazione del perditempo assennato è: non si possono paragonare giocatori di epoche diverse. Tuttavia non voglio sottrarmi alla risposta, tanto necessaria per evitare notti in bianco e distrazioni sul lavoro a causa del tormento, perciò dirò la mia.

Per me, Maradona rimane unico per almeno due motivi. Il primo è più importante è proprio legato al fatto che ha giocato in tempi diversi rispetto a quelli attuali. Tempi diversi non soltanto per le tattiche di gioco o i metodi d'allenamento ma, e si tratta di un elemento decisivo, per le regole del gioco. Negli anni Ottanta sui cui regnò Maradona non esistevano né l'espulsione del giocatore che sottrae fallosamente alla squadra avversaria l'evidente opportunità di segnare una rete (regola introdotta nel 1990) né l'espulsione per grave fallo di gioco (introdotta nel 1998). Queste due regole sono giuste (tutelano l'incolumità dei calciatori, oltre che la lealtà della competizione) ma disegnano un calcio diverso. Messi è rapido di movimenti, veloce, tecnico, spettacolare quando brucia gli avversari sullo scatto o supera in slalom difensori in serie ma non ha, come aveva Maradona, il pensiero di segnare sempre affiancato da quello di salvarsi le gambe. La carriera di Maradona è illuminata dal celebre gol all'Inghilterra ma anche segnata dal fallo subito nel 1983, frattura del malleolo e perdita del trenta per cento della mobilità della caviglia. I falli vengono commessi anche oggi ma l'atteggiamento dei difensori è indubitabilmente cambiato e chi attacca ha molte più possibilità di arrivare incolume al tiro. Forse Messi saprebbe comunque replicare le sue gesta anche con le regole di prima del 1990 ma, in assenza di controprova, mi sembra corretto notare che Maradona ha giocato in condizioni più rischiose.

Non è colpa di Messi neppure il fatto di giocare assieme ad altri fenomeni (Iniesta è il mio preferito) appena una spanna al di sotto di lui. Con tutto il rispetto, Maradona (insieme ad altri campioni come Careca) ha fatto vincere un Napoli imparagonabile (per difetto!) al Barcellona di Messi, o un'Argentina di cui vorrei sapere se fra gli appassionati di calcio (anche un po' in età come me) c'è qualcuno che, fra i seguenti, ricorda almeno altri due nomi oltre quello di Maradona: Pumpido, Brown, Cuciuffo, Ruggeri, Batista, Giusti, Burruchaga, Enrique, Olarticoechea, Valdano.

Detto tutto questo, ammetto che ognuno è influenzato dai propri ricordi. Ora il calcio lo seguo molto meno, mentre negli occhi rimarrà per sempre una magia di Maradona realizzata nel 1987 a velocità doppia contro il grande Milan di quegli anni. Il video s'impone. Godetevi lo spettacolo.

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