Racconti

Incontri

I rumori della strada giungevano ovattati nella camera di Enrico, quasi irreali. Dalle fessure della persiana, la luce calda di quel pomeriggio ormai estivo filtrava ancora con forza all'interno della stanza, tracciando piccoli punti luminosi sul pavimento.
Ad Enrico, la strada su cui si affacciava la sua camera non piaceva. Come era possibile vivere una storia d'amore, in quella strada? Se lo era domandato, a volte, e sempre si era risposto che: no, quel traffico rumoroso e maleodorante, quei marciapiedi brulicanti di persone e bancarelle (e dove sarebbe stato impossibile camminare tenendosi per mano), quel cemento ininterrotto, non erano lo sfondo adatto ad una storia d'amore. Perché Enrico, seppure ancora un ragazzo, già intuiva che a rendere unico un amore é il luogo dove lo si vive.
Quel pomeriggio, però, Enrico pensava ad altro. O meglio: pensava al fatto che ancora per un po', per chissà quanto, una storia d'amore lui non l'avrebbe vissuta. Né in quella strada, né altrove. Nessuna passeggiata tenendosi per mano, nessun bacio rubato in un cinema.
Quel pomeriggio, come gli altri prima, sarebbe trascorso senza offrirle un gelato, senza darsi un appuntamento dopo aver studiato, senza guardare assieme le vetrine e scegliere insieme quale maglietta comprare.
Senza Teresa.
Era una tortura pensare a quella frase. Certo: aveva detto una sciocchezza. Che stupido. Ma lei, accidenti!, proprio in quel momento doveva passare? Imbecille che era stato, tre volte imbecille.
Di Teresa gli tornava alla mente lo sguardo improvvisamente duro. Un gemito sottile accompagnò il ritorno del senso di afflizione, immediato e bruciante, che aveva provato.
Lui era sincero nel suo sentimento, e quel sentimento era pulito. Come farle capire, credere?
Il mondo fuori della finestra sembrava lontano. Teresa sarebbe venuta lo stesso all'appuntamento? E lui avrebbe avuto la possibilità di spiegarle, di farle comprendere che .... Oh, ma che cosa del resto? Come poteva una frase rovinare tutto? Lui le voleva bene, non bastava?
Tra qualche minuto sarebbe arrivato il momento di uscire. Appuntamento davanti al cinema. Ma perché uscire, poi? Lei non sarebbe venuta, la conosceva. La speranza si affievoliva, somigliando sempre di più ad un sogno, come la luce che, adesso a fatica, filtrava nella camera.
No, non sarebbe venuta. Tanto valeva restare, come tanti pomeriggi prima di quello, e chissà quanti altri dopo.
Enrico però, quel pomeriggio, un poco, pianse.

§

Certo che si era offesa. Enrico sembrava gentile, e sensibile. Ma no, anche lui voleva avere qualcosa di cui vantarsi con gli amici. Magari tra loro si raccontavano come erano andate le "uscite", e cosa, e quanto. Che schifo!
Enrico era carino, garbato. Suscitava tenerezza quando non trovava la penna finché lei non si alzava dal banco. Un piccolo gioco che ormai era divenuto un rito atteso.
Era da almeno un mese che, si capiva, cercava il coraggio di invitarla ad uscire con lui. E d'un tratto, eccolo vantarsi di una "conquista" che, poi, era sempre da farsi. Perché assieme, ancora, non c’erano mica usciti. E per fortuna, perché é meglio accorgersi prima di come sono fatte le persone. E certamente lei non sarebbe uscita quel pomeriggio con Enrico. Né quel pomeriggio, né altri.
Ad un tratto, però, Teresa fu presa da un dubbio. Per un istante esitò. Poteva darsi che Enrico si fosse lasciato un po' andare. Magari un eccesso di entusiasmo, una reazione alla timidezza. In fondo, si era vantato di un appuntamento che per un mese aveva avuto il timore di chiedere.
Ma il dubbio volò via, lesto come quando era arrivato. Non sarebbe andata all'appuntamento. Quella di Enrico poteva essere timidezza, ma poteva essere molte altre cose molto più sgradevoli. E sgradevole era stato scoprire un volto inaspettato di Enrico. Come era realmente? Certamente non come se lo era immaginato, forse anche sognato.
No, non sarebbe andata all'appuntamento.

§

"Accidenti Cartox, non siamo riusciti a farli incontrare neppure questa volta!"
"Già, al livello sentimenti questo gioco diventa tremendamente difficile, Atron."
"Il programmatore deve essere un genio."
"Effettivamente, per essere solo un videogioco, ci si sono impegnati parecchio. Non a caso sta avendo questo successo. I terrestri é il preferito da tutti."
"A proposito, la sai l'ultima che ha tirato fuori Sardon?"
"No, dimmela."
"Qual é la differenza tra il vostro videogioco preferito e il gabinetto della metronave?"
"Non ci arrivo davvero, Atron."
"Beh, nessuna differenza, Cartox: sono tutti e due sempre occupati!"
"Ah ah! Buona davvero! Beh, ma prima che ci prendano il posto: facciamo un'altra partita?"
"Sì, però questa volta Enrico lo fai tu."

________________

Postilla per il lettore.
Questo racconto risale ai primi anni Ottanta. La cosa, io credo, è testimoniata dalla battuta spiritosa che precede la chiusura del racconto e che oggi, temo, non fa più ridere e risulta perfino incomprensibile se non si ha presente che, all'epoca, i videogiochi erano disponibili soltanto nelle sale giochi e nei bar dove, appunto, se altri ti avevano preceduto dovevi attendere che smettessero di giocare.

[ Contenuto pubblicato su antoniomessina.it l'11 novembre 2014 - Fonte immagine https://www.flickr.com/photos/doppiadi84/3221972319/ ]

Pagine