La fotografia

La foto ha i colori luminosi dell'estate. In basso, una riga chiara e sottile (quasi un irregolare contorno dell'immagine) lascia appena intuire la piccola spiaggia di Schiopparello. Sullo sfondo, sovrastate da un cielo senza nuvole, le case di Portoferraio ne raccontano la storia: piccole, fitte e silenziose nella parte vecchia; tristemente moderne e multipiano le altre, là dov'è il porto, e i turisti che a frotte scendono dai traghetti. Il mare, nella foto, ha il colore intenso delle giornate belle, quel colore splendido e incredibile, così cupo e brillante al tempo stesso. E sul mare, finalmente, sei piccole barche a vela ed un gommone. Viste così da lontano, le sagome bianche delle barche sono soltanto delle macchioline ma le vele (quelle vele rosa, viola o d'altri colori altrettanto vistosi) si stagliano nette sullo sfondo. E anche se non si vede, su ogni barca c'è uno di noi sei allievi del Corso Base 1998, turno 52, della scuola nautica Casa di Vela. Tutte le barche hanno la vela gonfia e la prua che fende gioiosamente l'acqua. Di sei che se ne vedono, non ce ne sono due che vanno dalla stessa parte.

Una tale varietà d'intenti non era il frutto di decisioni meditate. Al contrario, Tommaso aveva speso l'intera ora della lezione teorica a spiegarci come avremmo dovuto sfruttare il vento per dirigerci tutti verso la nostra unica meta di giornata: Portoferraio. Caso volle, però, che anche le nostre barche avessero preso una decisione, e che anch'esse avessero deciso di darsi tutte una sola meta: altrove. Quella di Roberto sembrava avere impegni urgenti a Villa Ottone; Antonella cercava di convincere la propria che sugli scogli a sinistra non era il caso di avventarsi; le due barche sulle quali si trovavano Angela e Micaela stavano allegramente ruotando su se stesse. E che dire della mia? Forse più stanca delle altre di subire le brusche correzioni di timone dei principianti, manifestava un'ansia assai poco professionale (per quel corso di vela avevo pagato, in fondo!) di ritornare alla spiaggia. Insomma tutto tranne Portoferraio. E a causa di ciò, la situazione sciaguratamente immortalata dalla foto vedeva il nostro istruttore Tommaso che dal gommone, facendo perno sul piede d'appoggio, poteva osservare noi allievi disposti come segue: Roberto a ore dodici, Giuseppe a ore tre, Antonella a ore cinque e tredici, io ad ore sei, Micaela a ore nove e Angela a ore undici e quarantasette. Non fosse che in quel momento non era rilevante, almeno quanto a simmetria non eravamo male.

Dopo mezz'ora di quella navigazione incoerente, era chiaro per chiunque che, da soli, non saremmo mai venuti a capo della situazione. Così Tommaso si decise ad afferrare il megafono e urlare una serie di istruzioni ora all'uno ora all'altro di noi allievi.

Le istruzioni dell'istruttore di vela sono come le specie animali: si evolvono. Dapprima l'istruttore ti dice: “Rifletti su quello che stai facendo”. Poi: “Pensa a quello che ci siamo detti stamattina”. Di seguito, sia pure a malincuore, sospira: “Prendi la prolunga del timone con la mano sinistra spingila verso il lato opposto abbassa la testa e fa' passare il boma adesso alzati fa' passare la prolunga dietro la schiena prendila con la mano destra siediti di nuovo e cazza la scotta della randa”. Infine, rassegnato, t'invita a stare il più fermo che puoi che adesso viene lui a tirarti fuori dei guai.

Uno per volta, Tommaso si avvicinò a tutti noi sei del Corso Base e col gommone ci rimorchiò verso un unico punto di raccolta. Se qualcuno avesse scattato un'altra foto, perciò, l'immagine avrebbe ora immortalato il nostro istruttore a bordo del suo piccolo scafo arancione. Fissate a quest'ultimo, sei cime che finivano una ciascuno nelle mani dei suoi allievi. Senza più bisogno di usare il megafono, quindi, ci rivolse nuovamente la parola.

“L'obiettivo di questa uscita,” esordì, “è arrivare a Portoferraio sfruttando il vento che viene da …?”

In effetti, eravamo tutti curiosissimi di sapere da dove veniva il vento, né dubitavamo che saperlo ci avrebbe molto aiutato. Potete perciò immaginare il nostro disappunto quando Tommaso si fermò su quel “da”, lasciandoci in ansiosa attesa di notizie al riguardo. E il disappunto crebbe ulteriormente quando Tommaso, dopo una pausa inspiegabilmente lunga, riprese a parlare solo per ripetere: “… che viene da …?” E poi di nuovo, dopo un'altra pausa: “… viene da …?" Si era come incantato, su quel “da”, e questo fatto non mancò di metterci in un certo allarme. In fondo, là in mezzo al mare, le nostre vite erano affidate a quel giovanotto che pareva non riuscisse più a terminare le frasi. Troppo sole?

Ma l'intelligenza non ci è stata data invano e dopo poco, anche nei meno svegli fra noi, si fece strada dapprima un sospetto, quindi una certezza. Tommaso si fermava ogni volta su quel “da” perché da dove veniva il vento, lui, pretendeva di saperlo da noi. Aspettava che completassimo il concetto, insomma. Ciò scoperto, finalmente tranquillizzati sulla sua sanità mentale, ci affrettammo a spiegargli che non ne avevamo la più pallida idea, e che se anche Tommaso aveva voglia di tornare a casa per l'ora di cena avrebbe fatto bene a dircelo lui, da dove veniva il vento.

Essendoci chiariti su questo punto, il nostro istruttore riprese il discorso dall'inizio.

“L'obiettivo di questa uscita è arrivare a Portoferraio sfruttando il vento che viene da … nord-est, vale a dire più o meno dalla punta di quel promontorio. Prima avete tutti sbagliato perché non avete tenuto conto del comportamento della vostra barca. La vostra barca è costruita in modo che se è lasciata libera ha un comportamento orziero, cioè tende a mettersi con la prua verso la direzione da cui viene il vento. Giusto?"

“Giusto”, rispondemmo insieme noi sei allievi del Corso Base.

“Però la barca non è vuota. A bordo ci siamo noi col nostro peso. Se ci sediamo sul lato sopravento della barca, ecco che questa assumerà un comportamento puggero, cioè tenderà ad allontanare la prua dalla direzione del vento. Giusto?"

“Giusto,” rispondemmo in coro, ancor più convinti di prima.

“Dunque il nostro peso servirà a bilanciare in senso puggero il comportamento orziero della barca. Però le nostre barche hanno anche una deriva, che possiamo alzare o abbassare. Se la teniamo alzata, la barca tenderà a puggiare, mentre con la deriva abbassata la barca tenderà ad orzare. Giusto?"

“Giusto,” quasi gridammo come un sol uomo noi tutti sei allievi del Corso Base.

Confortato dal nostro consenso, Tommaso continuò. Alla fine del discorso, avevamo accumulato quattordici fattori che davano alla barca un comportamento orziero, bilanciati da altrettanti che facevano l'opposto. Tutti e ventotto erano contemporaneamente presenti, e tutti insieme bisognava prenderli in considerazione per far andare la barca nella direzione voluta. E proprio come durante la lezione teorica della mattina, dai nostri sguardi apparve chiara la convinzione, più che su una barca, di essere a bordo del cubo di Rubik. Ciò nonostante, Tommaso proseguì imperterrito.

“E dunque: se mentre procediamo con andatura di bolina si forma un'onda che ci arriva dal lato sopravento, la nostra barca che comportamento avrà?"

“Puggero!" esclamammo con forza io, Roberto e Giuseppe. E sono tuttora convinto che quelle voci stentoree e virilmente gagliarde non avrebbero mancato di fare una bellissima impressione se nello stesso momento Antonella, Angela e Micaela non avessero gridato: "Orziero!"

Tommaso fissò le cime di traino al gommone, accese il motore fuoribordo , e lentamente ci riportò a riva.



[ Contenuto pubblicato su antoniomessina.it il 13/08/2005 - Fonte immagine Antonio Messina - Link verificati il ... ]