L'impiegato Gaio Mariotti

Gaio Mariotti lavorava al Comune dal 1964, quando per avere quel posto di raccomandazioni glien’era bastata una. Da allora, fino al giorno fatidico che stiamo per narrare (e che vide il suo trasferimento ad altro ufficio) svolse sempre lo stesso delicato incarico di applicare le foto sulle carte d’identità. E siccome tutti hanno prima o poi bisogno di quel documento, ecco spiegato come Gaio potesse ben dire che i suoi concittadini, lui, li conosceva in viso uno per uno, sia pure solamente in formato tre centimetri per due. Questo fatto, peraltro, era in singolare contrasto con l’aspetto più triste del lavoro di Gaio: l’impossibilità di stabilire un rapporto umano. I cittadini richiedenti gli porgevano le loro fotografie, attendevano con evidente impazienza che lui si sbrigasse ad applicarle e poi andavano subito via, lasciandolo solo coi suoi pensieri. E dire che lui, spesso, qualcosa da dire l’avrebbe avuta: su quelle persone frettolose, su quelle foto ancora fresche dell’acido di sviluppo, sui mille volti che osservava in formato tre per due mentre sforbiciava tutt’intorno ad essi. Ad esempio: nella quasi totalità delle foto-tessera l’espressione non era mai troppo sveglia ed anzi, spesso, decisamente idiota. E allora, più d’una volta Gaio avrebbe voluto chiedere quale impulso autolesionista spingesse una persona mediamente equilibrata a volersi identificare a tal punto con il soggetto ritratto nella foto da volerne mettere l’effigie proprio sulla sua carta d’identità. Ma come s’è detto, Gaio non si permise mai né domande né commenti e così, in silenzio, passarono trentacinque anni. Fino a quel giorno.

Cosa fu a far scattare la molla nel suo animo, perfino lui avrebbe avuto difficoltà a spiegarlo. Accadde però che fin dalla mattina si sentisse diverso, come se un’urgenza interiore gli imponesse di dare finalmente una svolta alla sua vita. Come al solito si fece la barba e si vestì con cura (forse era l’unico applicatore di foto che lavorava in giacca e cravatta) prima di recarsi al solito bar per fare colazione. Poi, per l’ennesima volta nella sua vita, varcò la soglia del palazzo comunale per recarsi nel suo ufficio. Le carte d’identità, già da qualche anno, venivano rilasciate praticamente subito. Non avendo arretrato, Gaio si dispose pazientemente in attesa di non sapeva bene neppure lui che cosa. Arrivò il primo, arrivò il secondo. Gaio applicò le foto e non disse nulla. Si sentiva strano e però, evidentemente, non era ancora giunto il momento. Venne il turno del terzo e finalmente capì. Applicò la foto, e mentre lo faceva sentì che stavano per sgorgare quelle parole che per anni, pur avendo motivo di dirle, erano rimaste nascoste in qualche angolo del suo cuore. Fece per dare la carta d’identità ma poi la trattenne a sé per un momento, come se fosse stato preso da un pensiero improvviso, per osservarla meglio. Quindi, rivolgendosi al cittadino richiedente, gli disse a bruciapelo: “Ma lo sa che lei è veramente brutto”?

 





[ Contenuto pubblicato su antoniomessina.it il 09/07/2004 - Fonte immagine ... - Link verificati il ... ]