Masaryk

“Scusi!” gridò senza smettere di correre.
Essere in aula prima di Rosselli ogni volta era un’impresa. Scatta a far la doccia, prendi al volo il tram, corri in facoltà… Dopo l'allenamento che già era così duro.
Il passante l’aveva urtato con la borsa, quella sportiva con dentro la roba sporca di terra e qualche filo d’erba, l’accappatoio umido e il libro di storia avvolto in un sacchetto perché non si sciupasse. La borsa la teneva sottobraccio, il marciapiede era stretto, il tizio mal capitato, neppure il tempo per scusarsi a modo.
Suo padre: il calcio va bene però prima gli studi. Parole che ogni giorno diventavano più sagge. Giulio cercava di non pensarci ma era sempre lì, in bilico, sempre ad un passo dal professionismo, sempre lo stesso passo già da un paio d’anni, e lui che non era più un ragazzo. E comunque, vuoi mettere un’ala destra laureata?
Rosselli era un omone grande e grosso, statura al di sopra della media e spalle larghe, ancora asciutto e muscoloso nonostante l’età. Incuteva timore anche senza pensare alla severità che sfoggiava agli esami. Lo sapeva tutto il mondo che detestava chi arrivava tardi e disturbava la lezione.
Corri che fai in tempo, veloce nel portone, gradini a due a due, fiato che manca, secondo piano, angolo del corridoio superato in scivolata e porta …
Chiusa! Imprecazione e dilemma: perdere la lezione o entrare ansimando? Ormai siam qui. Si fece coraggio, cercò di ricomporsi. Certo che entrare in ritardo con corredo di borsa sportiva rosso fuoco …
Ci mancava il cigolio. Un po’ d’olio sui cardini!, imprecò dentro di sé, almeno ogni tanto … Il professor Rosselli smise di parlare e gli concesse un’occhiata gelida. Riprese la lezione ma seguì Giulio con lo sguardo fino a quando prese posto. Così, tanto per sottolineare.
“Stavamo dicendo che nell’Impero absburgico le spinte nazionali non si erano affatto sopite e, anzi, all’inizio del secolo erano più forti che mai. I governi che si erano succeduti nel tempo che aveva preceduto la guerra mondiale avevano cercato in vario modo …”
Le spinte … Quella parola lo distrasse subito. L’allenatore gliel’aveva raccomandato cento volte di contenere la spinta del terzino sinistro avversario. Ci volevano tanto fiato e parecchia intelligenza, sapere quando era il momento di proporsi al compagno per ricevere il passaggio e quando, invece, si doveva aspettare il terzino un po’ più indietro, quasi sulla linea di centrocampo.
“Il tentativo di consolidare l’impero basandosi sulla burocrazia, le forze armate e la Corona, però, aveva un limite. Questo limite consisteva nel fatto che il tentativo si basava su elementi estrinseci alle nazionalità presenti nell’Impero, dove i contrasti erano troppo forti per poter essere …”
Contrasti troppo forti? Dì pure violenti. Per dire, Davide sembrava non considerare mai che gli allenamenti si facevano coi compagni di squadra, e Giulio doveva stare attento alle caviglie come e più che in partita.
“Nel campo delle nazionalità, si andarono delineando in modo sempre più preciso tre poli il cui consolidamento non poteva non diventare un fattore di eversione dell’Impero. Un polo era quello animato dal movimento dei Giovani Cechi che si riuniva intorno all’eminente intellettuale Thomas Masaryk …”
“Masaryk!”
L’aveva esclamato per la sorpresa di ritrovare quel nome, ma Giulio sentì la sua voce come se fosse stata quella di qualcun altro, tanto era distratto rispetto alla lezione. Subito dopo avvertì una spiacevole scarica di adrenalina, spiacevole come quelle che provava quando un cane gli abbaiava addosso all’improvviso mentre lui camminava perso nei suoi pensieri. Solo che adesso, al posto del cane, c’era il professor Rosselli che lo stava fissando con uno sguardo che riusciva ad essere gelido e fiammeggiante nello stesso tempo. Gli sguardi dei suoi compagni erano solo stupefatti.
“Prego?”
Il tono di Rosselli era degno compare dello sguardo.
“No, è che … Non sapevo … Mio padre ogni tanto mi racconta una storia di questo Masaryk.”
“E cosa le racconta, suo padre, di questo Masaryk?”
Giulio era imbarazzato. Tutti gli occhi puntati su di lui, e lui che doveva dire …
“È una storia a proposito del… rugby”.
Rosselli lo fissò con ancora più attenzione.
“Lei gioca a rugby?”
“No, a calcio. Mio padre giocava a rugby, faceva il regista.”
“Uhm. E Masaryk col rugby cosa c’entra?”
“C'è un aneddoto che, secondo mio padre, dimostra la superiorità del rugby sugli altri sport di squadra.”
“Ah sì? E sarebbe?”

Thomas Masaryk era un intellettuale e uomo politico ungherese della prima metà del Novecento. Era conosciuto da tutti ed era considerato un uomo molto saggio, tanto che molte persone gli si rivolgevano per avere consiglio sulle questioni più diverse. Una volta andarono da lui due fratelli che erano in lite da lungo tempo per una questione di eredità. Non riuscivano a mettersi d'accordo, anche perché la faccenda era davvero complicata. L’eredità era fatta di case, terreni, animali ed altro ancora, tutte cose di valore diversissimo e di numero variabile. Un patrimonio cospicuo, difficilissimo da dividere in parti uguali. Vendere e fare a metà del ricavato sarebbe stato semplice, ma non volevano disfarsi delle cose. Masaryk li ascoltò, poi disse che la soluzione c’era, e molto semplice. Anziché l’eredità, dovevano dividersi i compiti. Un fratello avrebbe diviso i beni, l’altro avrebbe scelto per primo quale parte tenere per sé.

A Giulio quella storia era rimasta impressa, anche se mai avrebbe immaginato di raccontarla un giorno all’università.
Rosselli lo aveva lasciato parlare.
“E questo, spiegherebbe il fascino del rugby?”
“Secondo mio padre sì, perché diceva che Masaryk aveva dato una regola, e che l’applicazione della regola portava necessariamente a comportarsi in un certo modo. Se un fratello fa le parti e l’altro sceglie, quello che fa le parti le farà in modo tale da non doversi mai pentire di quella che gli rimarrà.”
“Sicuro. E il rugby?”
“Mio padre dice che nel rugby c’è una regola più importante di tutte le altre: non si può passare la palla in avanti. E siccome da soli non si va da nessuna parte perché ti placcano prima, l’unico modo per arrivare in meta è quello di aiutare ed essere aiutati. Nessuno ti impone niente, è la regola che, per come è fatta, obbliga i giocatori ad aiutarsi fra loro. Mio padre dice che è per questo che il rugby è una lezione di vita, perché abbiamo contemporaneamente il bisogno di essere aiutati e la necessità di aiutare.”
“Dare e ricevere sostegno.”
“Sì, mio padre dice proprio così: sostegno.”
“Bene, molto interessante. Come vedete, anche le lezioni di storia possono riservare delle sorprese. Adesso però vediamo di riprendere il nostro discorso sull’Impero absburgico. Oltre ai Giovani Cechi… “
Rendendosi conto di essere uscito per sempre dall’anonimato dei banchi di mezzo, Giulio si sentì costretto a seguire il resto della lezione attento come non era stato da anni. Gli pareva di avere ancora addosso gli occhi di tutti. Rosselli concluse la sua lezione, chiuse la sua cartella e uscì dall’aula.

Giulio si trattenne qualche momento con dei compagni, subendone le inevitabili prese in giro per la “bella prestazione”, poi si rimise la borsa in spalla e prese anche lui la via delle scale. Arrivò nell’atrio al piano terra e lì trovò Rosselli che camminava conversando con un collega. Incrociandone lo sguardo, Giulio accennò col capo, come per salutare, aggiungendo a quel gesto un sorriso imbarazzato. Proseguì verso l’uscita ma fatto qualche passo si sentì chiamare.
“Giovanotto!”
“Sì?”
“A rugby il regista si chiama mediano d'apertura.”
“Sì, certo. Grazie.”
Rosselli si voltò e riprese a camminare a fianco del collega. Giulio rimase a guardarlo. Il professore era un uomo imponente, di statura al di sopra della media, spalle larghe, ancora asciutto e muscoloso nonostante l’età.



[ Contenuto pubblicato su antoniomessina.it il 12/07/2002 - Fonte immagine ... - Link verificati il ... ]