Notti agitate

Quando sentì suonare le tre, Claudio si rassegnò alla sconfitta. In fondo, si obbligò a sperare, non era detto che lei gliel’avrebbe rinfacciato. Così sollevò la testa dal cuscino e si voltò verso sua moglie Rita.
“Cara.”
“Sì?”
“Sei sveglia?”
“Visto che ti ho risposto.”
“Sono le tre.”
“E allora?”
“Non pensi … che sia il caso di … telefona… ?”
Non aveva ancora terminato di parlare, che Rita si erse trionfante sul letto ed esclamò con quanto fiato aveva in corpo: “Hai visto che avevo ragione a volergli comprare il telefonino?”
Già, perché sull’acquisto del telefonino al figlio quindicenne, Claudio e sua moglie avevano litigato per mesi, lui contrario e lei favorevole. Alla fine l’aveva spuntata Rita e, forse per la prima volta in vita sua, Claudio dovette ammettere che sua moglie aveva avuto ragione. Del resto, il ragazzo non aveva mai fatto così tardi e alle tre di notte, diciamolo, anche Claudio era contento di poterlo chiamare e togliersi così le preoccupazioni di dosso.
In pantofole si recò in soggiorno, dove c’erano il telefono e la rubrica telefonica. Andò alla lettera F, ma con sua grande sorpresa non ci trovò Filippo, cioè il nome di suo figlio. Forse, pensò Claudio, l’ha messo col cognome. Ma anche alla C di Chiti non trovò nulla.
“Cara,” domandò un po’ ansioso dal soggiorno, “possibile che non abbiamo il numero di Filippo?”
“È nella rubrica, tesoro, ce l’ho scritto io,” rispose Rita dalla camera da letto.
“Ma sei sicura? Qui non c’è né alla F né alla C.”
“È alla P, caro”.
Puccetto era il vezzeggiativo di Filippo in età prescolare. Date le circostanze, Claudio si astenne dal commentare. Trovò il numero e chiamò il figlio.
“Pronto?” si sentì rispondere dopo tre squilli. Il sospiro di sollievo fu inevitabile, e però non gli impedì di essere curioso riguardo al frastuono che aveva obbligato il figlio a quasi urlare la sua risposta.
“Cos’è questo rumore?”, gridò Claudio.
“Mi s’è sfondata la marmitta al vespino.”
“E dove sei?”
“Ancora a Viareggio, ma stiamo tornando a casa.”
“Come sarebbe a dire stiamo?”
“C’è anche Patrizio.”
“Fallo scendere subito! Lo sai che non potete andare in due.”
“Ma babbo, non posso mica fermarmi e lasciarlo a metà strada.”
“E invece sì, ti dico, e bada che se non …”. Claudio si interruppe perché un terribile sospetto si affacciò alla sua mente.
“Filippo,” disse cercando di controllarsi. “Non puoi lasciarlo nel senso che … stai guidando tu?”
“E certo, lo sai che la moto non la dò a nessuno.”
E telefoni mentre guidi!?” sbraitò Claudio.
“Sì … Aspetta che devo scalare … Sì, certo.”
“Ma come fai a sentire col casco?”
“Tranquillo, babbo. L’ho tolto,” sentì urlare Claudio nella cornetta.
Tranquillo.
Quando Filippo tornò a casa, verso le cinque, Claudio aveva preso da tempo le sue decisioni. Mai più quelle pene d’inferno, aveva giurato a sé stesso. Alle cinque e un quarto, del telefonino di Filippo non rimaneva più nulla e Claudio, sorridendo, finalmente si addormentò.





 

[ Contenuto pubblicato su antoniomessina.it il 24/09/2012 - Fonte immagine ... - Link verificati il ... ]