Recanati

Mia moglie è marchigiana. E fin qui, niente di strano. È una cosa che capita, voglio dire. Uno incontra la donna con cui dividere il mutuo per la casa, le chiede di dov'è e lei ti risponde "Sono marchigiana" e tu ne prendi atto. È una cosa che mica sempre, per carità, però può capitare e sebbene il fatto non sia trascendentale, pur tuttavia ha delle conseguenze. Una di queste è che almeno una volta nella vita s'ha da pellegrinare a Recanati, provincia Macerata, regione Marche appunto. E la ragione del pellegrinare è che Leopardi nacque proprio lì. Leopardi lui, Giacomo il poeta, “il Garibaldi marchigiano”. Quest'ultima definizione è mia. Lo so, lo so che Garibaldi, anche ferito, per far nascere l'Italia sparacchiava a destra e a manca mentre Leopardi non lo fece mai. Perlomeno, non mi risulta. Però in comune una cosa i due ce l'hanno: le targhe sugli edifici. Dalle Alpi alla Sicilia, a ogni angolo di strada troviamo delle sfoglie di marmo con su scritto: qui ha battagliato Garibaldi, qui ha letto il proclama, qui ha soggiornato, qui ha dormito e qui ha fatto la popò. Dovunque ha messo piede, Garibaldi ha scatenato una corsa all'accaparramento fin degli spiccioli della sua grande fama. Non mi stupirei se da qualche parte ci fosse una targa con scritto che qui Garibaldi non ha dormito, però era molto stanco e ne avrebbe avuto voglia.
Leopardi, nel suo piccolo, lo stesso. Nelle Marche, paese che vai Via Giacomo Leopardi che trovi. Magari odiano la poesia ma Via Giacomo Leopardi c'è. Forse perché anche chi odia la poesia è vittima dell'inconscio. Se una strada si chiamasse Rimanga Leopardi anziché via, magari ne troveremmo meno. Comunque sia, mia moglie, invece, la poesia la ama. E se è libero il fine settimana, dov'è che ti può chiedere di andare una moglie marchigiana che ama la poesia? La risposta è solo e sempre Recanati, cioè il paese che fra tanti nati ha avuto la ventura di recare anche Leopardi. Con il che si arriva finalmente al luogo dove si svolge il fatterello che vado a raccontare. Perché di questo si tratta, di raccontare un episodio che mi accadde tempo addietro, cioè fare una cosa che avrebbe richiesto che andassi subito al dunque, perché anche il racconto breve ha le sue regole. Invece io non ci bado e saltabecco, associo e rimbalzo prima di scoperchiare la storia e solo così “a salti, come pulci, raggiungere la meta”, come ha scritto una mia amica che sa scrivere, cercando di carpire un po' di senso della vita.
E dunque Recanati, dove oggi tutto è Leopardi. Via Leopardi, piazza del Venditore d'almanacchi, largo della Ginestra e via così. Leopardi ha scritto poesie a sufficienza, ma non dubito che esaurito l'elenco bloccheranno il piano regolatore per l'impossibilità d'intitolare nuove strade. Quelle che già ci sono, peraltro, bastano per sfiancare una comitiva di di turisti tedeschi e finire i rullini di quelli giapponesi. Io al centesimo vicolo percorso non ne potevo veramente più. Quando svoltando lessi “strada all'Infinito” m'impuntai peggio d'un bardotto davanti alla tripla siepe con guado proclamando a Marina che non avrei più mosso un passo senza prima aver mangiato con tutte e due le gambe ben a riposo sotto una tavola imbandita. Fortuna volle che prima di non finire, anzi proprio all'inizio della via, su entrambi i lati della strada si fronteggiassero due ristorantini. Uno era pieno zeppo, l'altro vuoto. Di solito questo fa scegliere il primo, io mi diressi subito nel secondo. Tanta gente tanta attesa, dissi tra me e me. Meglio un boccone svelto, anche se più modesto.
L'interno era gradevole: tavoli di legno, sedie impagliate, tovaglie a quadretti. Alcune graziose marine erano incorniciate e appese alle pareti, queste ultime ornate anche da reti da pesca il cui bordo era segnato a intervalli regolari da piccoli galleggianti rossi. L'insieme era essenziale e d'un povero che non sapeva di miseria subita bensì di voluta parsimonia. Non c'erano altri clienti ma, ci scambiammo uno sguardo perplesso, neppure camerieri. Ci sedemmo ugualmente e il rumore delle seggiole spostate fece affacciare sulla sala da pranzo un uomo alto e magro, muscoloso di quella muscolatura che pare tutta nervi, i capelli corti e bianchi e un volto non brutto ma che sembrava non aver conosciuto il sorriso da anni.
L'uomo si avvicinò al nostro tavolo. Ricorderò per sempre la prime parole che ci rivolse: "Non li abbiamo."
Io e Marina, di nuovo, ci guardammo, ancora più perplessi di prima. Forse perché dei due io ero il più affamato, mi ripresi per primo dallo sconcerto causato da quel curioso esordio che, come è ovvio, cercai di decifrare.
“Che cosa?” domandai.
“I vincisgrassi.”
Vincisgrassi è il nome della versione marchigiana delle lasagne. Ci vuole un sugo con le animelle e la classica salsa besciamella. Evidentemente non leggerissimo, è un piatto molto appetitoso. Ciò non toglie che senza vincisgrassi si può sopravvivere, specialmente se ci sono alternative. Riguardo a queste ultime, intendevo verificare appunto quali fossero quando il ristoratore mi anticipò.
“Neppure.”
“Neppure cosa?”
“I ciarimboli.”
I ciarimboli sono pezzi di carne cotti alla brace. Altra versione marchigiana di un piatto comune a molte parti d'Italia, anche di quelli si può fare a meno se, come dicevo, c'è dell'altro. La qual cosa avevo intenzione di appurare se non che il tipo mi prevenne di nuovo.
“Neanche quelli.”
“Ma cosa?!”
“Coniglio in porchetta, nido di roscani, crescia di campagna, olive all'ascolana, bostrengo e brodetto.”
“Ha scordato la frittata col mentrasto!” sbottò Marina.
In effetti, l'uomo aveva appena passato in rassegna una serie di ricette tipiche di varie zone delle Marche tralasciando però la frittata col mentrasto, uova ed un erba selvatica del paese dove Marina è nata.
“Stavo per dirlo. Comunque è vero: non abbiamo neanche quella.”
“Ma avrete qualcos'altro!" persi la pazienza.
“Certo che sì, anche se non lo chiede mai nessuno.”
“Questo non posso crederlo.”
“Ah, lei non lo crede? E non ha visto la trattoria Leopardi qui di fronte? Sempre piena, la gente ci aspetta pure in piedi.”
“Magari hanno un buon cuoco.”
“Oh, è bravo, certamente. Ma non è quello, sa? È il menù. Ravioli burro e a Silvia, Ginestra di verdure, Sabato del taleggio, Bistecche di Leopardi addirittura! Ecco che si è inventato quel profittatore.”
“E la gente ci casca?”
“A grappoli. E chi non si adegua al delirio recanatese è escluso, cancellato, negletto. Out, mi sembra che si preferisca dire oggi. Non le nascondo che sono scoraggiato.”
“Perché?”
“Non so. A volte, credo che il mio sia il ristorante sbagliato nel posto sbagliato.”
“Addirittura!”
“Sì.”
“Suvvia, non dica così. Magari si tratta solo di promuovere bene il locale. Come si dice? La pubblicità è l'anima del commercio. Perché non s'inventa anche lei un menu leopardiano?”
“Mai!”, e lo disse con tanto impeto che ne fui quasi turbato. Chissà quale corda avevo pizzicato. Ma in tutto questo rimaneva il fatto che quando ero entrato lì io avevo fame, e questa nel frattempo non si era attenuata. Esibendo perciò il mio sorriso più misurato, conciliante e comprensivo mi azzardai ad affrontare l'argomento.
“Senta, sarà magari perché siamo a Recanati ma ho la pancia che recita le poesie e, a quel che sento, non sono di Leopardi. Così, se non disturba, più che sapere quello che non ha, saremmo lieti... Perché hai fame anche tu, vero Marina? Ecco, dicevo che saremmo lieti di sapere quel che ha da proporci e noi, stia pur sicuro, gliene saremo grati.”
Sia pure solamente accennati, nel viso sempre uguale di quell'uomo mi parve di cogliere un lampo di stupore, forse conseguente alla nostra decisione di rimanere lì, seguito da un moto d'orgoglio, come di chi vuol dire: ora gli faccio vedere io, di cosa sono capace. O forse, questo mi sembra di vederci adesso che ripenso al fatto. Come che sia, la situazione si sbloccò e l'uomo finalmente si mise a declamare il suo menu.
“Come antipasto abbiamo dei cuculli. Di primo, testaroli al basilico e croxetti alla polceverasca. Come secondi: Filetti verdi di cernia, baccalà in agliata e branzino al cartoccio con il pesto.”
“Lei cosa ci consiglia?”
“È tutto buono, ma sui secondi siamo insuperabili.”
“Potrebbe farci un tris per due persone?”
“Naturalmente.”
“A te va bene, cara? Allora vada per quello.”
Mangiammo veramente con soddisfazione e, come non sempre capita, giudicammo ben spesi i nostri soldi. Porzioni un po' piccole, magari, ma cibo eccellente preparato con sapienza. Il conto, però, fu un po' salato, e per fortuna che avevamo del contante perché l'ometto, oltre che burbero, non accettava carte di credito. Le società emittenti si prendono un sacco di commissioni, mi spiegò. Pagai, mi diede il resto, misi la ricevuta in tasca e uscimmo dal locale.
Dopo l'ottimo pranzo, di nuovo Marina mi trascinò per strade ed ermi colli dai quali, giunti a sera, osservare la Luna. Questa era piena, splendente, silenziosa e bellissima, indimenticabile. Di fronte a quel meraviglioso spettacolo ci si riconciliava con il mondo e l'esistenza. Soltanto per un istante, magari, ma avevi la sensazione che quello, proprio in quel momento, fosse il tuo giusto posto nell'universo.
Finalmente ritornammo alla nostra auto. Lungo la strada, passammo di nuovo davanti al ristorante dove avevamo mangiato così bene e avuto un dialogo così curioso. Lessi l'insegna che all'ora di pranzo, preso più dalla fame che dalle scritte, avevo completamente ignorato e forse, del curioso dialogo col ristoratore, capii qualcosa in più. “Ossi di seppia. Specialità di mare”. A Recanati!



 

[ Contenuto pubblicato su antoniomessina.it il 10/07/2005 - Fonte immagine ... - Link verificati il ... ]