Una vittoria cristallina

I cristalli sono dei corpi solidi omogenei e anisotropi di origine naturale. Spiegare il significato di anisotropo ci porterebbe fuori del racconto e questo, diciamolo, per me è una gran fortuna, dato che l’unica cosa che “anisotropo” mi fa venire in mente è la storiella del professore che inciampa nel poveraccio steso a terra su un cartone. Il professore si rialza irritato, guarda l’altro con disprezzo e lo apostrofa: “Neghittoso!” Al che il poveraccio: “Domani m’informo. Intanto tu ma’ maiala.”
Anisotropi o meno, nell’occasione che vado a raccontare i cristalli hanno a che vedere con uno di quei programmi televisivi che io non guardo mai e se li vedo mi vergogno a dirlo.
Comunque, quasi trent’anni fa stavo facendo appunto quella cosa di guardarne uno. Si trattava di un programma per ragazzi: canzoncine, giochi e quiz con gli alunni di due scuole a far gara tra loro. A me il programma sembrava più che sciocco. L’ultima sfida, però, mi catturò. A turno i concorrenti chiedevano vocali o consonanti fino ad avere otto lettere davanti. Entrambi, poi, usando quelle lettere dovevano comporre una parola. La parola più lunga vinceva e dava tanti punti quante erano le lettere usate. Sei manche.
Da un lato c’era la terza liceo classico (per chi non lo sapesse, l’ultima classe prima dell’università) di un istituto della “Roma bene”. Il loro campione per la sfida a colpi di parole era un ragazzo che aveva già dimenticato d’esser tale. Giacca, cravatta, capelli tutti in riga, atteggiamento da primo della classe, in viso l’espressione di chi sa già che nella vita faticherà ben poco e che, nella circostanza attuale, dovrà aver cura di non mostrare troppo entusiasmo per la vittoria sullo sventurato che il caso gli ha voluto opporre. Vittoria la quale confermerà al campione, ai suoi compagni e ai familiari che fra il primo della classe di un liceo per ricchi ed il primo della classe di una scuola media statale c’è quel divario che ci deve essere. Non mostrare entusiasmo, peraltro, non sarebbe stata cosa semplice perché vincere, si tratti pure di una gara truccata, è sempre una gran bella soddisfazione.
Il mio istinto ribelle e egualitario fu stimolato proprio da questo: secondo me la gara era truccata. All’origine, intendo. L’avversario del secchione liceale era infatti poco più di un bambino che seduto, di fronte all’avversario, non toccava neppure i piedi a terra. Seconda media, cioè, bene che vada, dodici anni. Per me c’era il dolo. Oltre che ricchi, i liceali avevano le conoscenze giuste per essere messi di fronte ad avversari deboli e indifesi. L’esempio non è nuovo, ma ricordavano Davide e Golia.
C’era di bello che il bambino si impegnava ed era sempre sorridente, anche mentre le prime prove seguivano un destino scritto prima. Vocali e consonanti vennero chiamate e per tre volte di seguito il liceale compose la parola più lunga. Ogni volta il Golia con la cravatta accoglieva il risultato con una indifferenza falsa come una carota blu, lasciando trasparire tutto intero il compiacimento per ognuna di quelle vittorie parziali.
L’inattesa sconfitta nella quarta prova, invece, fu accolta con una lieve sorpresa ma, anche, con il pigro fastidio di chi deve ancora attendere per essere finalmente premiato vincitore. Aveva l’aria d’uno scacchista con il matto in pugno, mentre il bambino sorrideva sempre.
Fatto sta che per bravura, caso o fortuna, anche la quinta prova fu vinta dal bambino. La calma del liceale di fronte alla nuova battuta d’arresto può essere compresa spiegando ancora le regole del gioco. Prima della sesta e ultima prova, il liceale aveva sette punti in più dell’avversario. Per vincere, dunque, il bambino avrebbe dovuto comporre una parola di otto lettere, cioè tutte quelle estratte, senza che il suo avversario riuscisse a fare altrettanto. Ma anche soltanto usare tutte le lettere richiedeva più fortuna che abilità. Se, ad esempio, fossero uscite due H e una Q?
Io avevo gli occhi fissi sullo schermo. Con le parole me la cavavo anch’io e idealmente volevo dare una mano al bambino.
Cominciarono. Vocale, uscì una O. Vocale, uscì una I. Consonante, era una C. Poi, ad una ad una, ecco una R, la D, ancora la C e altre due I. Il tempo iniziò a scorrere, i due concorrenti prendevano appunti; Golia con la stilografica, Davide con la sua matita. Gong! Il conduttore chiese per primo al liceale. Cultura classica, aveva usato sei lettere per comporre DORICI. Sorrideva.
Il conduttore si rivolse al bambino, che sorrideva, e sorridendo pronunciò quella parola che io non ho mai più dimenticato: DICROICI.
Otto lettere. Vittoria.

Dicroico significa “di due colori”. Dicroismo è la proprietà di alcuni cristalli di presentarsi variamente colorati a seconda dell’angolo di esposizione alla luce. Non saprei dire fra le due qual è la più incredibile: che un bambino di dodici anni conoscesse quella parola, o che dopo trent’anni io provi ancora una contentezza enorme.

[ Contenuto pubblicato su antoniomessina.it il 10/11/2003 - Fonte immagine ... - Link verificati il ... ]