Versi esposti

Un giovedì di marzo, in ora compresa fra le 20:20 e le 21:15 a seconda delle abitudini e della distanza che li separava dal luogo, numerose persone uscirono dalle loro case per recarsi a Palazzo Palozza. La giornata era stata ed era tuttora afflitta dal vento e dalla pioggia, cosicché la non esigua schiera che si radunò via via si presentò nella Sala variamente inzaccherata, ciascuno commentando il tempo inclemente in base all’indole propria o della persona che ci si era controvoglia prestati a accompagnare.

A determinare tanto movimento di uomini e mezzi (poiché nessuno aveva con quel tempo rinunciato all’uso di taxi o di vettura propria) era l’opportunità di assistere alla presentazione dell’ultimo libro del Poeta e, naturalmente, di godere dell’ascolto di qualche sua poesia declamata da lui medesimo. Il Poeta e la sua opera, quella di cui alla circostanza presente e quella pregressa ma sempre viva nel ricordo dei lettori, sarebbe stato introdotto e stimolato alle confessioni da un altro Poeta, che proprio per essere un altro, ancorché di vaglia pari o comunque paragonabile, saremo costretti a indicare come Collega per non ingenerare confusioni.
Alle 21:30 la non esigua schiera era seduta nella sua interezza in trepida attesa dell’inizio. Ai componenti della schiera stessa, sia pure al solo fine di evidenziarne l’interesse per l’evento, non sarà errato riferirsi col generale epiteto di Attenti. Per parte loro, il Poeta e il Collega erano già seduti a loro volta al di là di un tavolo largo e bianco. Su di esso stavano come appollaiati due microfoni ad asta nera, sottile e manipolabile per meglio dirigerla verso la fonte sonora. Dopo amabile parlottio in fra loro, il Poeta ristette mentre il Collega si diede, appunto, a manipolare l’asta per avvicinare il microfono alla propria bocca, la qual cosa gli riuscì ma non senza aver impresso all’asta medesima un aspetto che ricordava la chiave di violino. Gli Attenti compresero che si stava per iniziare; posarono, chi l’aveva, il programma della serata, e si disposero all’ascolto.
Il Collega si produsse in un preambolo che la gran parte degli Attenti, nei commenti poi scambiati con chi aveva condiviso l’esperienza, scoprì di aver concordemente ritenuto di durata inaccettabile. Come che sia, il Collega terminò e fu volta del Poeta darsi a manipolare l’asta del microfono per avvicinare quest’ultimo alla propria bocca. Il Poeta fu così abile da imprimere all’asta le chiare sembianze di una biscia afflitta da incontrollati spasmi intestinali, così sùbito smentendo agli occhi dei presenti la presunta e scarsa manualità di chi si dedica a poetare a tempo pieno. Finalmente, il Poeta ringraziò chi doveva ringraziare, quindi il Collega iniziò la conversazione in pubblico.
“Dovendo parlare più da vicino di questo tuo ultimo libro, che mi è piaciuto moltissimo …,” il Poeta annuì con garbo, “… io credo che sia sùbito evidente come si tratti di un libro atipico rispetto al resto della tua produzione. Sembra quasi, anzi, che tu abbia voluto rompere deliberatamente con i percorsi di tutta la tua opera precedente. Tocchi dei temi più vicini al quotidiano, alle piccole cose. È esatta questa mia impressione?”
“Direi di sì. Ricordi senz’altro quando ci incontrammo… Dov’era?… A Roma?”
“Quando dici?”
“Ma sì, quel bar in piazza… quando ti dissi che volevo scrivere un libro diverso da quelli che avevo scritto prima.”
“Ricordo. Una conversazione interessantissima e molto stimolante. Ma con te questo è ciò che accade sempre.”
“Ecco, ricordo che ti dissi che desideravo occuparmi di cose più vicine al nostro quotidiano, alle piccole cose di tutti i giorni.”
“Come gli insetti che ci tormentano.”
“Sì.”
“Non ho citato a caso gli insetti, naturalmente. C’è nel libro a questo proposito una poesia molto bella che vorrei che tu ci leggessi.”
“Con piacere. Sono pochi versi scritti di getto. Era un giorno d’autunno, ma era così caldo che sembrava estate, e questa dissonanza, questo sfasamento delle stagioni mi sembrò emblematico... Spesso, infatti, ci accade… Almeno, a me accade… Ma credo che accada un po’ a tutti, no?”
“È universale.”
“Quel giorno c’era un caldo che non era regolare. Io ero seduto al tavolo del mio giardino.”
“Hai un giardino stupendo, ideale per lavorare.”
“Però non ho pazienza per curarlo. Ci pensa mia moglie.”
“Come sta?”
“Adesso molto meglio, grazie.”
“Salutamela. Anche perché è una gran cuoca! Ricordo un risotto …”
“Anche le lasagne non le vengono male.”
“Hai scritto una poesia bellissima su questo.”
“È vero. Ma l’ho detto, mi trovo in una fase della vita nella quale la mia maggiore fonte d’ispirazione è la dimensione quotidiana, quella domestica.”
“In questa raccolta, dedichi alcuni versi stupendi anche alla tua domestica.”
“ È al nostro servizio da così tanti anni ...”
“Ero poco più di un ragazzo quando l’incontrai per la prima volta. Ricordi? Eri sempre nella casa di Via Tordelli.”
“Ci conosciamo da così tanti anni?”
Il Collega rispose. E anche poi ,l’amabile dialogo si farcì di molteplici ricordi personali e private allusioni a fatti noti solo ai due amabili dialogatori tanto che, a questo punto, diviene per il cronista faticoso confermare gli Attenti come esatto alter ego della non esigua pattuglia. Al di là della comune presenza negli stessi luogo e momento, infatti, una parte di essa cominciò a denotare segni di decadimento dello spirito partecipativo col quale tutti si erano presentati a Palazzo Palozza, di modo che appare appropriato, da qui in poi, riferirsi alla non esigua schiera con quel nome più generico di Astanti che, lo si intuisce, ben s’adatta a comprendere gli ancora Attenti e i mentalmente Assenti. Detto ciò, si può finalmente dare conto di che l’amena conversazione fra il Poeta e il Collega riuscì, comunque e per vie che non si esita a definire tortuose, a ritornare all’argomento insetti.
“Questa poesia l’ho scritta un giorno in cui c’era un’atmosfera strana, un caldo che non era regolare. Quella sera la luce della lampada sembrava attirare tutti gli insetti del mondo e io ne soffrivo moltissimo. Specialmente mi tormentavano i pappataci.”
“C’è quel verso stupendo: Ronzano i pappataci.”
“Sì. Naturalmente è un’invenzione poetica, i pappataci non ronzano. Il pappatacio pappa e tace. Che ronzano l’ho scritto per far sentire meglio la presenza dell’insetto.”
Dopo la provvida spiegazione, il Poeta prese il libro per aprirlo ad una pagina segnata.

In questo giorno così irregolarmente
caldo
Seduto al tavolo del mio giardino

In questa sera sembra
la luce della lampada
attirare ogni insetto del mondo

Ronzano i pappataci
Come e più di zanzare
specialmente fra tutti mi tormentano

Un breve applauso degli Astanti accolse la lettura. Col capo il Poeta accennò un inchino. L’incipiente silenzio fu impedito da una nuova osservazione del collega.
“Quello che mi colpisce nelle tue poesie è il ritmo.”
“La poesia è ritmo,” disse il Poeta calcando la e.
“I tuoi versi hanno un ritmo ternario chiarissimo. Ecco, la tua poesia è moderna ma si inserisce pienamente nella grande tradizione italiana, reinventandola. È l’oggi della tua ricerca poetica e stilistica, ma è anche Dante.”
“Sì, ma si tratta di assonanze, richiami al sostrato della memoria. Capisci che non è un effetto voluto.”
“Comunque il ritmo ternario è evidentissimo. Anche in un’altra poesia … Splendida … Quella sull’amico che incontri …”
“Erkut?”
“Sì.”
“Ce ne sono due. La prima o la seconda?”
“Adesso non mi ricordo … L’ho anche scritto sul giornale …”
Il Collega sfogliò nervosamente il libro del Poeta alla ricerca della poesia che gli premeva far ascoltare agli Astanti. Dopo una scorsa disordinata avanti e indietro si risolse a essere più metodico, ricominciando così a sfogliare dall’inizio.
“È questa qui?”
Il Collega andò alla pagina segnata dal Poeta, lesse in silenzio per qualche momento, poi scosse la testa e si rimise a sfogliare.
Gli Astanti attendevano, ma anche il Poeta si annoiava, cosicché ruppe gli indugi e disse: “Intanto leggo questa, Erkut. Erkut è un mio amico turco che mi ha aiutato molto, anche dal punto di vista pratico.”

Sono giorni di viaggio
tornare alla tua terra
di iliache guerre
scordate ad ogni maggio

Adesso ancora
busso alla tua porta
Amico Erkut
riempi la mia sporta


Un breve applauso accolse la lettura dei versi dall’evidente ritmo ternario, lettura ascoltata dal Collega con emozione invero non condivisa da tutti gli Astanti, talché, nuovo giro di boa, all’onesto cronista incombe segnalare come anche la definizione generica di Astanti comprometta la piena intelligenza della situazione che si era creata nel contesto, situazione senz’altro meglio descritta evidenziando la realtà di ormai tre gruppi compresi negli Astanti, cioè gli ancora Attenti, i mentalmente Assenti e gli Annoiati. Il quale ultimo termine, per il fatto di riguardare solo una parte della non esigua aggregazione d'umani, non esclude che tale parte in preda al tedio fosse oramai clamorosa maggioranza.
Ma di poesie dedicate all’amico Erkut, come s’è detto, ce n’erano ben due, e ancora da trovarsi era quella più cara al Collega. Fu dunque rinnovata la ricerca. Il protrarsi di essa, tuttavia, ebbe esiti funesti sulla residua quota di Attenti. E quando la poesia fu finalmente rintracciata e letta, l’applauso che l’accolse fu quello del Collega. Questi, preso atto dell’isolamento in cui erasi venuto a trovare, si sentì in dovere di compensare chiosando, di quel testo, una parola sì e l’altra pure. Ciò rase al suolo ogni residua speranza degli Astanti, nella composizione interna sopra detta, di poter validamente sopravvivere alla serata.
Si era anche fatto tardi. Il Poeta concluse una lunga risposta ad altrettanto lunga domanda del Collega chiedendosi: “Che cosa posso aggiungere?”
“Vuoi leggerci un’altra poesia?” gli domandò il Collega.
Silenzioso e discreto, dall’ultima fila un anziano signore si levò in piedi e guadagnò l’uscita. Il varco aperto da quel coraggioso non passò inosservato fra gli spettatori che, e non da quel momento, rivolgevano verso quel diaframma fra dentro e fuori sguardi prima d’allora rivolti solo ad un perduto amore.
Fu moto lento e pure inesorabile. Coloro che già furono Attenti, Astanti, Assenti e quindi anche Annoiati, diedero forma conclusiva al loro insieme, fuori della Sala di Palazzo Palozza, ricomponendosi infine in unità d’Andanti.

 

[ Contenuto pubblicato su antoniomessina.it il 06/12/2003 - Fonte immagine ... - Link verificati il ... ]