Nelson Mandela

Twitting Mandela

Ritratto fotografico di Nelson Mandela

Su Twitter, il servizio di cosiddetto microblogging (possibilità di pubblicare via web testi di non più di 140 caratteri), si è già scritto molto, né pretenderò di far concorrenza a sociologi, filosofi e analisti vari aggiungendo considerazioni profonde e originali sull'argomento. Mi limiterò a esporre l'esito di una mia piccola esperienza personale.

L'interesse e l'ammirazione che nutro verso Nelson Mandela si sono tradotti, fra l'altro, nella lettura di tre libri: l'autobiografia Lungo cammino verso la libertà; la raccolta di materiale preparatorio per l'autobiografia intitolata Io, Nelson Mandela; il saggio Nelson Mandela and the Game that made a Nation, di John Carlin, dal quale è stato tratto il film Invictus, regia di Clint Eastwood, e Morgan Freeman nei panni del grande leader sudafricano. Ho visto anche il film, tre volte.

Da circa un anno sono anche un follower, appunto su Twitter, della Nelson Mandela Foundation. I tweet (cioè i micromessaggi pubblicati) della Fondazione sono sostanzialmente di due tipi. Il primo tipo contiene il ricordo di piccoli anniversari nella vita di Mandela. Cose del tipo: 15 novembre 1993 Nelson Mandela ritorna a Howick, nel KwaZulu-Natal, nel luogo dove fu arrestato nel 1962. Oppure: 13 novembre 1989 Nelson Mandela annota la sua pressione sanguigna sul calendario della sua prigione. 150/80 alle 7 di mattina, 140/80 alle 10.30 e 150/80 alle 15.30. Per chi conosce un po' il personaggio, si tratta di cose estremamente minute ma che confermano l'idea che ci si può essere fatti di lui.

Il secondo tipo di tweet è composto da citazioni di Mandela stesso. Frasi come: “Io non ho, mai e sotto alcun riguardo, considerato le donne meno competenti degli uomini.” Oppure: “È stato detto mille e una volta che il problema non è quel che accade a una persona ma come quella persona vive quel problema.”

Ecco, il primo tipo di tweet arricchisce chi già conosce la storia di Mandela grazie ai dettagli che danno la dimensione quotidiana di una battaglia epocale. I tweet del secondo tipo, invece, finiscono per essere controproducenti, specialmente per chi dovesse farne la sua fonte primaria di informazione sulla vita e il pensiero di Mandela. Certe frasi, infatti, estratte dal contesto complesso della vita del leader sudafricano e degli anni che ha attraversato, diventano banali e, in qualche caso, rasentano addirittura il ridicolo (come: “Essere poveri è una cosa terribile.”).

È per questo che Twitter va bene, e anch'io ne faccio uso, ma se si vuole conoscere Mandela è molto meglio sobbarcarsi la piacevole fatica di leggere Lungo cammino verso la libertà. 579 pagine per raccontare una fantastica avventura umana.

Prima che se ne vada

È di questi giorni la notizia di un aggravarsi dello stato di salute di Nelson Mandela. Citando un amico di Mandela, un quotidiano sudafricano ha titolato: “È tempo di lasciarlo andare”. Prima che se ne vada, e prima dei fiumi d'inchiostro che saranno versati alla sua morte, vorrei scrivere io appena un paio di cose.

Mandela è l'uomo dell'uscita pacifica dagli anni bui della segregazione razziale in Sud Africa. A un tale esito, tanto mirabolante quanto non scontato, è arrivato attraverso un percorso che ha sempre preteso il riconoscimento della verità. Col nemico si può anche trattare, ma il nemico deve riconoscerti come interlocutore alla pari.

Di Mandela si ricordano sempre i ventotto anni di detenzione, ma mai che fu a capo dell'Umkhonto we Sizwe, la formazione armata di fiancheggiamento dell'African National Congress. Mai un attentato contro le persone, ma molti contro strutture e installazioni.

Di Mandela si ricorda il premio Nobel condiviso col presidente sudafricano de Klerk, ma mai che la sera, a un ricevimento con oltre 150 fra capi di stato o di governo e diplomatici, Mandela riferì i dettagli più orribili su ciò che veniva fatto ai prigionieri del carcere di Robben Island, compreso l'interramento fino al collo, con le guardie che poi urinavano sulla testa del prigioniero. E dopo aver riferito queste cose, Mandela concluse: “Ecco, qui ci sono le persone che rappresentavano quel sistema”. La mattina, ricevendo il premio, de Klerk aveva ricordato che c'erano stati "errori da entrambe le parti".

Mandela ha saputo guardare avanti senza dimenticare. Ogni perdono è forse possibile ma, sempre, se si rinuncia a mistificare, ammettendo ciò che si è fatto e ciò che si è stati.
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