Olocausto

Il negazionismo, Ruby ed Eluana

Interno di una camera a gas di un campo di sterminio

Oscurata dalle polemiche sulle conseguenze della condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale, in queste settimane prosegue in Parlamento la discussione sulle nuove norme che puniranno col carcere (fino a oltre sette anni) la persona che negherà lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti. A leggere i giornali, l'esito della futura votazione appare scontato nel senso dell'approvazione. Una vasta maggioranza delle forze presenti in Parlamento, infatti, si dichiara favorevole all'introduzione di questa nuova fattispecie di reato.

La “vasta maggioranza” può essere una bella cosa ma m'insospettisce sempre un poco. Inoltre, mi piacerebbe sapere quanti degli attuali parlamentari che si dispongono a incarcerare chi nega lo sterminio degli ebrei fossero alla Camera dei Deputati il 3 febbraio del 2011 per votare sulla domanda di “autorizzazione a eseguire perquisizioni nei confronti del deputato Berlusconi”. Depurando la questione dagli aspetti tecnico-procedurali, con quella votazione si doveva sostanzialmente riconoscere, o meno, che Silvio Berlusconi aveva telefonato alla Questura di Milano nell'esercizio del suo ruolo di Presidente del Consiglio al solo fine di scongiurare una crisi diplomatica con l'Egitto, crisi che si sarebbe certamente verificata se l'allora presidente egiziano Mubarak avesse saputo che sua nipote Ruby Rubacuori era in stato di fermo presso la Questura. Per la cronaca e la storia: 315 voti pro-Berlusconi, 298 contro, un astenuto. Per la maggioranza dei parlamentari, dunque, compreso quel Renato Schifani che oggi definisce “di grande civiltà” il disegno di legge sul reato di negazionismo, Ruby poteva effettivamente essere ritenuta la nipote di Mubarak.

Ma mettiamo da parte l'autorevolezza di chi ci vuole imporre che cosa pensare e veniamo senz'altro al cuore del problema. Che è, evidentemente, quello delicatissimo della libertà di opinione.

In questo mio blog, indirettamente o recensendo un libro, il tema del nazismo è affiorato già in quattro occasioni (per conferma, cercare il tag "nazismo"). Come la penso, spero che emerga chiaramente. Quanto al cosiddetto negazionismo, lo considero un triste esempio di feroce stupidità. E non mi riferisco tanto all'esito (“L'olocausto è un'invenzione dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale e degli ebrei”) quanto alle argomentazioni (se così le vogliamo definire) secondo le quali farebbe differenza che i morti siano stati tre, quattro o sei milioni; o che il contesto di guerra giustificava comunque l'esecuzione di quegli ordini. Ancora più balorde sono certe argomentazione “tecniche”, come quella secondo la quale le camere a gas dei campi di concentramento, per come erano costruite, non sarebbero state degli strumenti idonei a sopprimere i milioni di ebrei di cui si parla, e dunque lo sterminio è un'invenzione. Argomentazioni balorde perché, a prescindere dalle “perizie tecniche” sulle camere a gas, si sa benissimo che quelle furono uno solo dei molti modi usati per uccidere (o lasciar morire, che è lo stesso) gli ebrei. Del resto, è tipico del negazionismo dire che quella macchia sul tappeto è d'inchiostro e non di sangue (la qual cosa magari è anche vera) per sostenere che quello che si vede steso sul pavimento non è il cadavere di un uomo accoltellato.

Fatto sta che c'è chi pensa che lo sterminio degli ebrei sia un'invenzione della propaganda. È giusto che vada in carcere? È giusto che ci vada chi nega l'Olocausto e non chi nega l'esistenza o la gravità di altri eccidi o sostenga convinzioni più o meno strampalate?

Per qualificare precisamente le azioni umane, il diritto distingue fra il pensare di uccidere, l'istigare ad uccidere e l'uccidere davvero. E, dopo aver distinto, anche il nostro ordinamento punisce le azioni e non il pensiero. Stravolgere questa architettura, sia pure dietro il paravento dell'orrore nazista, spezza una diga di civiltà, rischiando di travolgere la libertà di espressione affidando a maggioranze politiche la decisione di che cosa è corretto pensare ad alta voce.

È per questo che la proposta di legge sul negazionismo mi ha riportato alla mente il caso di Eluana Englaro, la donna vissuta per 17 anni in stato vegetativo, morta il 9 febbraio 2009 a seguito dell'interruzione dell'alimentazione artificiale. Più esattamente, ho ricordato il Consiglio dei Ministri che il 6 febbraio del 2009 approvò (dopo una prima infruttuosa forzatura tramite un decreto legge, poi non controfirmato dal Presidente della Repubblica) un disegno di legge sul divieto di sospendere l'alimentazione e l'idratazione dei pazienti. Ebbene, anche in quel caso, oltre il richiamo accorato al valore superiore della vita, c'era il tentativo di stravolgere la complessa architettura istituzionale travasata nella Costituzione mettendo ogni peso solo sul piatto del potere esecutivo che, a colpi di maggioranza, avrebbe potuto decidere valori morali e addirittura pratiche sanitarie.

Come suol dirsi: viviamo in tempi difficili.

La gente comune che sterminò gli ebrei

A distanza di 17 anni dalla sua prima uscita negli Stati Uniti, e di 16 dalla pubblicazione in Italia, ho letto anch'io I volonterosi carnefici di Hitler (Milano, Mondadori, 1997, pp. 636) di Daniel Jonah Goldhagen, un saggio divenuto celebre per le conclusioni, di cui dirò più avanti.

L'opera di Goldhagen esamina la vicenda dello sterminio degli ebrei fra il 1941 ed il 1945 da un'angolazione particolare. Secondo le stime più prudenti (forzatamente approssimative) in quel breve periodo i tedeschi (non sempre da soli) sterminarono oltre cinque milioni di ebrei. Un'operazione di tali dimensioni doveva necessariamente coinvolgere un numero elevatissimo di persone, direttamente o indirettamente. Dunque, posto che la teorizzazione dello sterminio e la sua organizzazione sono imputabili ai vertici dello stato e del partito nazista, la sua realizzazione pratica richiese e trovò la collaborazione attiva di migliaia di tedeschi comuni.

Dopo che molti si erano dedicati a studiare come e perché vennero dati gli ordini, così, Goldhagen prova rispondere alla domanda forse più drammatica: perché migliaia di persone ordinarie, operai, impiegati, padri di famiglia, si resero disponibili a eseguirli? Una domanda che diviene ancora più ingombrante quando si osserva, come risulta dalle ricerche di Goldhagen, la varia estrazione sociale degli esecutori materiali dell'Olocausto, il fatto che per la maggior parte non fossero neppure iscritti al Partito Nazionalsocialista, o la circostanza che le squadre incaricate degli eccidi fossero formate da volontari (una circostanza che appare più gravida di significati quando si apprende che, a quanto risulta, si poteva chiedere l'esenzione da quel tipo di missioni senza dover subire particolari conseguenze).

Le fonti per una ricerca del genere sono in buona parte rappresentate dalla documentazione deliberatamente omissiva degli organismi incaricati dello sterminio, dalle dichiarazioni degli imputati nei processi del dopoguerra (ovviamente mirate anche a limitare la portata e la consapevolezza delle proprie azioni), oltre che dalla pubblicistica dell'epoca. Goldhagen si muove su tale terreno sconnesso cercando di colmare deduttivamente le lacune informative mantenendo coerenza e rigore interpretativo. Le sue conclusioni sono che nella Germania nazista si combinarono in modo unico questi elementi: l'antisemitismo eliminazionista che permeava l'opinione pubblica tedesca; la presa del potere da parte di un partito che fin dalla sua nascita aveva dichiarato la sua ferma volontà di risolvere la “questione ebraica”; la presenza della condizione materiale necessaria, cioè il controllo militare su un'area vasta dell'Europa e, conseguentemente, sui milioni di ebrei lì residenti.

Fra le molte annotazioni del libro, qui, per le riflessioni che può suscitare anche rispetto all'oggi, ricordo soltanto quella relativa alla percezione degli ebrei da parte della gente comune. Tale percezione fu il risultato di una propaganda secolare dato che la furia nazista seguì temporalmente le invettive religiose, tanto della chiesa cattolica quanto di quella protestante. Ma una “questione ebraica”, semplicemente, non esisteva. Tuttavia, sebbene in molte città e villaggi gli abitanti non avessero neppure mai visto degli ebrei, questi erano ritenuti responsabili di ogni nefandezza, portatori di minacce mortali al popolo tedesco. Questo approccio totalmente irrazionale fu la premessa di scelte altrettanto irrazionali fra le quali risaltano, per la loro insensatezza rispetto al contesto dato da una guerra ormai conclusa e perduta, le “marce della morte” con le quali migliaia di ebrei furono condotti senza meta per la Germania, al solo scopo di farli morire di fame e di stenti. L'ultima di queste marce cominciò il 7 maggio 1945, neppure 24 ore prima che il feldmaresciallo Keitel firmasse la resa incondizionata della Germania.

Ogni sintesi, naturalmente, non rende piena giustizia ad un saggio di oltre 600 pagine, nel quale l'autore si impegna ad argomentare ogni affermazione. A lettura ultimata, rimangono la certezza che il libro aiuti a capire e la sensazione che per noi, uomini comuni e di comune buon senso, l'Olocausto rimanga una realtà incomprensibile.
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