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Il 25 aprile è morto, come Dio e il buon senso.

A leggere la stampa, ha suscitato indignazione quasi unanime un post di Beppe Grillo intitolato “Il 25 aprile è morto”. Vediamo se era il caso.

Il testo di Grillo è un lungo elenco di fatti che lui ritiene in contrasto coi valori espressi da quell'azione ribelle di una parte del popolo italiano comunemente nota come Resistenza e che, per convenzione storica, si considera conclusa il 25 aprile del 1945. Il post incriminato si chiude con questa frase: se i partigiani tornassero tra noi si metterebbero a piangere. Una lettura delle sue affermazioni condotta con medio buon senso, dunque, vorrebbe Grillo campione degli ideali che diedero vita alla Resistenza e poi alla Costituzione, contro la corruzione di quei valori che si è manifestata, per esempio, nell'accoglimento di fatto del principio che non tutti sono uguali di fronte alla legge (chiunque dialoghi col Presidente non può essere intercettato; chiunque sia coinvolto nel dibattito politico e parlamentare non può essere processato).

Il concetto è chiaro: Grillo crede nei valori della Resistenza, soffre per come oggi sono dimenticati o traditi, si indigna per i discorsi (o i silenzi colpevoli) sul 25 aprile tenuti da persone che quei valori calpestano ogni giorno con le loro azioni. Nonostante l'evidenza, però, Grillo il mostro è accusato di idee che non ha espresso.

Del resto, parafrasando il detto, non c'è miglior stupido di chi non vuol capire. E consola poco che il fatto non sia nuovo. Nel 1967 i Nomadi portarono al successo la canzone di Francesco Guccini Dio è morto. Il titolo della canzone cita Nietzsche (che con quell'espressione volle sintetizzare la decadenza del mondo occidentale che, non riconoscendo Dio, rimane privo di un ordine morale); le parole iniziali sono un debito nei confronti di Allen Ginsberg (I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix …); la struttura del ritornello è quella ripresa da Grillo nel suo post (un dio che è morto / ai bordi delle strade dio è morto / nelle auto prese a rate dio è morto / nei miti dell'estate dio è morto …). Guccini denunciava i guasti della società contemporanea, urlando in faccia al mondo e agli ipocriti che quel Dio, di cui magari si riempivano la bocca, era tradito ogni giorno da arrivismo e consumismo anche a discapito della solidarietà umana.

Nonostante il candore degli ideali gucciniani, la canzone fu censurata e mai trasmessa dalla radio e dalla televisione nazionali (cioè la RAI che, nel 1967, era anche l'unica a trasmettere sulle frequenze radiotelevisive) nonostante il favore del pubblico. La RAI fu anche più papista del Papa, per dir così. La canzone di Guccini fu infatti regolarmente trasmessa dalla Radio Vaticana i cui redattori, si deve pensare, si presero la briga di ascoltarne e comprenderne tutto il testo, anziché fermarsi al titolo.

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