Regole

L'aura delle regole

Ritratto fotografico di Laura Boldrini

I casi della vita mi hanno portato a svolgere un'attività professionale che ha per contenuto principale quello di pretendere, verificare e applicare le regole. Tale attività ha la sua dose di spine, specialmente quando costringe a mediare fra uomo (che magari non condivide affatto la regola) e funzionario (che quella regola non condivisa deve, però, applicare), ma tant'è e, sia pure non più di altri, anche garantire il rispetto delle regole è un lavoro difficile. Non so se riesco a svolgerlo sempre nel modo migliore, di sicuro sono più bravo di Laura Boldrini, attuale Presidente della Camera dei Deputati.

Pochi giorni fa, Laura Boldrini ha motivato la sua decisione di mettere ai voti, annullando l'ostruzionismo dei parlamentari del Movimento 5 Stelle, la conversione in legge del cosiddetto decreto “IMU-Bankitalia” con la volontà (della Boldrini, evidentemente) di “impedire che oggi le famiglie italiane dovessero preoccuparsi di tornare a pagare la seconda rata dell'Imu come sarebbe successo se non fosse stato votato per tempo un decreto legge che pure conteneva materie tra loro molto diverse”. Dunque, secondo Boldrini, le cose stanno così: in casi di necessità e urgenza, il Governo emana un decreto legge; se il decreto sta per scadere, il Presidente della Camera ne assicura la possibilità di conversione perché ritiene giusti contenuti e finalità del provvedimento. Dunque, il Presidente della Camera esprime un giudizio di merito e “fa politica”.

La decisione di Laura Boldrini non ha precedenti nella storia della Camera e già questo avrebbe dovuto suggerire qualche riflessione. Per misurare la gravità di quanto accaduto, del resto, è utile ricorrere a una sorta di esperimento mentale. In questo mese di febbraio, lamenta la stessa Boldrini, scadranno i termini per la conversione di vari decreti legge. Se tali decreti non dovessero piacere al Presidente della Camera, questi potrebbe agevolmente lasciare libero sfogo all'ostruzionismo dell'opposizione lasciando che uno o tutti tali decreti non siano convertiti in legge. Sostituzione del Parlamento, fine non dichiarata della democrazia rappresentativa.

Operare a tutela delle regole può essere difficile. A volte, molto difficile. Fra le cose da valutare prima di fare delle eccezioni, mi pare, c'è anche la quota di credibilità che si perde facendo pendere la bilancia da un lato anziché dall'altro. E comunque, ne avessi avuta l'occasione, io avrei scelto un altro modo per passare alla storia.

Meglio solis che male accompagnati

In un paese che abolì nel lontano 1977 l'insegnamento del latino dai programmi delle scuole medie, i quotidiani ospitano le fiere dichiarazioni dei contendenti che inalberano le opposte bandiere dello ius soli e dello ius sanguinis. Per intenderci, il paese è lo stesso nel quale fra il 2008 e il 2012 sono aumentati di oltre il 20% i suicidi dovuti a motivazioni economiche (dato fornito dall'Osservatorio nazionale sulla salute), e nel quale il Ministro dell'Interno partecipa entusiasta a una manifestazione dove si critica la magistratura (attività, di per sé, più che legittima) perché un pubblico ministero, il tribunale di primo grado e il tribunale d'appello hanno ritenuto una persona colpevole di frode fiscale. Ma tant'è, ai problemi che abbiamo dobbiamo aggiungere, e subito, la scelta del presupposto giuridico per l'attribuzione della cittadinanza.

Secondo lo ius soli, diventa cittadino chiunque sia nato nel territorio dello stato. Secondo lo ius sanguinis, i genitori cittadini trasmettono la cittadinanza al figlio, ovunque sia nato. Così, un bambino figlio di genitori cittadini di un paese dove vige lo ius sanguinis, ma che nasce in un paese dove vige lo ius soli diventa cittadino di entrambi i paesi. A leggere i giornali, non trova sostenitori agguerriti quanto serve per finire in prima pagina lo iure communicatio (cittadinanza trasmessa da un componente della famiglia, per esempio per matrimonio o adozione. Sistema che offre lo spunto al bel film Il matrimonio di Lorna, dei fratelli Dardenne), con il quale si esauriscono i termini latini ma non i criteri di attribuzione della cittadinanza ai quali, per completezza, bisogna aggiungere il beneficio di legge (cittadinanza concessa automaticamente sulla base di presupposti predeterminati dalla legge) e la naturalizzazione (cittadinanza concessa a discrezione dell'autorità, per esempio, per meriti acquisiti).

La cittadinanza, cioè la condizione che permette di godere pienamente dei diritti civili e politici riconosciuto da uno Stato, non è un fatto di natura ma una figlia delle regole, cioè una costruzione della mente umana e, in particolare, del pensiero dedicato alla gestione del vivere sociale. Ogni regola, così, è giusta o sbagliata, efficace o debole, in relazione ai principi scelti e ai risultati che si desidera conseguire. Le condizioni per la concessione della cittadinanza (cioè dei diritti e dei doveri che essa porta con sé) sono perciò più o meno “giuste” in base a quello che si crede e che si vuole ottenere. Così, quel che ancora una volta non mi piace nel dibattito (termine generoso) attuale sulla cittadinanza è l'uso parziale (nel senso di limitato a una parte del tutto) di concetti complessi per battaglie pseudo-ideologiche che di quei concetti riprendono solo una delle molte facce.

Per esempio: alcuni difensori dello ius sanguinis scagliano strali contro lo ius soli sulla base del fatto che quest'ultimo porterebbe in Italia orde di gestanti asiatiche e africane, ansiose di far nascere i loro bebè in Italia per poter, fra diciotto anni, alterare i risultati delle elezioni e, da subito, usufruire della nostra superba assistenza sociale e del noto lassismo della pubblica amministrazione. Lo scarso realismo tradotto in una simile paura irrazionale, però, viene contrastato con delle considerazioni ancora più astratte, trasformando lo ius soli in una sorta di procedura automatica di accoglienza dei profughi stranieri, senza alcuna valutazione degli effetti che avrebbe sullo sviluppo demografico dell'Italia, con tutto quel che segue in termini di assistenza sociale, previdenziale e via dicendo.

Mi piacerebbe, cioè, che qualcuno si prendesse la briga di dire quale sarebbe, in pratica, la differenza fra un sistema e l'altro, magari aggiungendo la base di fatto delle valutazioni. Per dire: quanti sono i bambini nati in Italia da genitori stranieri? Perché se sono dieci, o anche cento o mille, i giornali hanno sprecato molto inchiostro, i politici molte parole, e io circa un'ora del mio tempo.

P.S.
La vignetta è di Mauro Biani ed è ripresa da qui.

Viva il νόμος, abbasso Napolitano!

Io amo le regole. Le amo nonostante l'opinione generale, e solidissima, che le avvolge. Perché ogni regola, si sa, limita la libertà individuale, soffoca l'iniziativa e finanche la creatività, se non addirittura lo sviluppo pieno e armonioso della personalità. Perciò qualsiasi regola e, peggio ancora, la curiosa pretesa che sia rispettata, sono cosa degna dei regimi repressivi, lagnosamente rivendicata da quei deboli che, per esser tali, sono anche inevitabilmente un po' vigliacchi. Da questo ed altro ancora discende nel modo più necessario che la regola, ogni regola, è triste come l'animo di chi è costretto a piegarsi ad essa.

Io amo le regole perché sono convinto dell'opposto: le regole fanno un gran comodo e semplificano la vita. Per dire, quando guidiamo e arriviamo a un incrocio, sappiamo tutti quel che dobbiamo fare, perciò meno incidenti e perdite di tempo. Quanto alla libertà, la regola è uno dei suoi presupposti. La parola “autonomia” viene dal greco e significa “regola stabilita dallo stesso soggetto che la osserva” (ecco spiegato il titolo di questo articolo, con l'avvertenza che nómos, in greco, è di genere maschile). Dunque è autonomo, cioè libero, colui che indirizza la propria azione secondo dei criteri.

Poi, certamente, la regola è un frutto della mente umana, cioè di quel congegno che ha generato l'ouverture del Flauto magico ma anche i campi di concentramento. Senza arrivare al peggio, fra i due estremi troviamo anche le regole inutili o inefficaci, stupide o ridondanti, travisate o pervertite.

Le regole, certamente, possono anche essere troppe oppure ingiuste, dunque da eliminare, modificare o sovvertire. Il che mi porta ad altre due annotazioni. La prima è dovuta ad un ricordo. Gonzalo Montserrat, uno dei miei insegnanti di spagnolo, introducendo una lezione di grammatica ci disse: noi possiamo anche rompere o disapplicare le regole ma, per farlo, dobbiamo prima conoscerle. Era il 1986. Dopo quasi trent'anni, condivido ancora.

La seconda annotazione è che, per quel che ho visto, uno degli sport più praticati in Italia è quello che risolve in modo brillante il problema delle regole ingiuste, o sbagliate, o inefficaci o che, ancor più semplicemente, non piacciono. Di fronte a tali regole, inutile affaticarsi a rimuoverle o migliorarle, basta comportarsi come se non esistessero. Fra i praticanti di questo sport dispiace annoverare Giorgio Napolitano, da poco rinnovato Presidente della Repubblica. Fra le sue forzature del dettato costituzionale, una che ho sempre considerato grave è l'intervento (attraverso contatti tanto informali quanto diretti fra presidenza della repubblica e presidenza del consiglio) nel processo legislativo, ancora in fase di elaborazione della proposta di legge. La Costituzione è un sistema delicatissimo di equilibri e contrappesi. Il potere di richiedere alle Camere una nuova deliberazione su una legge (art. 74 della Costituzione) è tanto grande quanto da usare con estrema prudenza. Tuttavia, per esercitarlo con piena autonomia e legittimazione, è essenziale che il Presidente della Repubblica sia assolutamente esterno al processo di formazione della legge, specialmente quando tale processo ha coinvolto il governo.

Anche sull'art. 74 della Costituzione, naturalmente, esistono opinioni diverse. Rimane il fatto che Napolitano, a cui magari l'art. 74 non piace, poteva adoperarsi per arrivare a una sua modifica o soppressione. Invece, ha assai più semplicemente agito come se non ci fosse. Così facendo, del resto, forse ha davvero rappresentato gli italiani. Quelli che lo hanno eletto e poi rieletto.
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